Il giro rosa della Pace

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Ofer Sachs e Sergio Mattarella

di Daniele Scalise –

“Sono un ottimista, non un ingenuo”, dice Ofer Sachs, rappresentate dello Stato di Israele a Roma da più di un anno. Ambasciatore ma non feluca, nominato per ‘chiara fama’ in quanto eccellente economista ed agronomo. Ottimista “perché così mi hanno insegnato i miei genitori”. Ma nient’affatto ingenuo, perché l’ingenuità è un vezzo che gli israeliani non possono permettersi. Quarantacinquenne, nato in una comunità agricola nei pressi di Cesarea, Ofer Sachs si è laureato in biologia per poi conseguire un master in economia agraria presso la Hebrew University di Gerusalemme, una delle eccellenze accademiche mondiali. A trentun anni era già direttore della Divisione acquacultura presso il ministero dell’Agricoltura e concentrato su un programma avveniristico per il ricircolo dell’acqua, elemento che in Israele è più prezioso dell’oro.

Daniele Scalise

Daniele Scalise

Tre anni dopo, e fino al 2011, si trasferisce a Bruxelles per occuparsi dei rapporti nel settore primario tra Israele e Unione Europea. E’ un periodo molto intenso di trattative delicate e spesso tortuose. Nel 2008 gli viene riconosciuto un ruolo essenziale nei negoziati che vedranno l’ingresso di Israele nell’Ocse un paio d’anni dopo.

Ofer Sachs

Ofer Sachs

Dopo essere stato vice direttore del ministero dell’Agricoltura e direttore del Centro per la Cooperazione e lo Sviluppo Agricolo Internazionale, nel 2012 viene nominato amministratore delegato dell’Istituto israeliano per l’esportazione e per la Cooperazione internazionale, il nostro Ice con la differenza che quello israeliano è per due terzi privato e un terzo pubblico. A settembre del 2016 arriva la nomina a rappresentante di Gerusalemme a Roma dopo la bufera di polemiche che avevano visto la rinuncia di Fiamma Nirenstein.

Sachs è uomo di cui si sente solo parlar bene. E’ alla mano, colto, determinato, elegante senza maniere e gentile senza ruffianerie. Una buona reputazione unanimemente condivisa da far sospettare che dietro si nasconda chissà quale astuzia. Bastano però poche battute per rendersi conto che Ofer Sachs è sì uomo che suscita una spontanea simpatia ma è anche intestatario di idee cristalline, niente a che vedere con le acrobazie e i convenzionalismi del mondo diplomatico.

Basso e Contador a fianco del sindaco di Gerusalemme Nir Barkat e Sylvan Adams

Basso e Contador a fianco del sindaco di Gerusalemme Nir Barkat e Sylvan Adams

Quando gli chiediamo se sia stata sua l’idea di volere la partenza del prossimo Giro d’Italia nella capitale israeliana, prima volta che succede fuori dai confini europei, Sachs distende un sorriso e scuote di poco la testa: “Mi piacerebbe attribuirmi il merito dell’iniziativa ma l’idea precede di molto il mio insediamento come ambasciatore a Roma.

Le dico di più: ci sono voluti anni per prepararla ed è stato Sylvan Adams (un canadese appassionato di ciclismo, molto attivo in campo immobiliare e munifico sostenitore di Israele, n.d.r.) che ebbe per primo questa visione sulla quale ha tra l’altro investito somme di rilievo”. La Corsa Rosa partirà dunque il 4 maggio 2018 da Gerusalemme con una prova individuale contro il tempo lungo un percorso di 10,1km. Il giorno dopo la seconda tappa, da Haifa a Tel Aviv (167 km) e poi, ultima, quella di 226 km che separano Be’er Sheva – una delle maggiori città israeliane incastonata nel deserto – da Eilat sul Mar Rosso.

Gino Bartali festeggiato a Milano dopo aver vinto il Giro d'Italia, 7 luglio 1946 (© LAPRESSE)

Gino Bartali  a Milano dopo aver vinto il Giro d’Italia, 7 luglio 1946

Possiamo dire che per Israele è una bella soddisfazione ospitare un evento ormai storico, in omaggio a quel Gino Bartali il cui coraggio permise di trarre in salvo 800 ebrei e che è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni da Yad Vashem, l’ente nazionale per la memoria della Shoah. Immagino quanti problemi avrete a garantire la sicurezza. Mi lasci dire due cose: la prima è che vi è una diffusa quanto esagerata percezione riguardo la sicurezza in Israele che è invece un posto molto, ma molto sicuro.

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Il Gay Pride, importante test sicurezza

Signor Ambasciatore, lo dico a lei e a chi ci legge: conosco bene Israele e mi sento molto più protetto al Dizengoff Center che alle Halles di Parigi o da Harrods a Londra. Mi riferivo alla macchina della sicurezza che inevitabilmente richiederà una messa a punto minuziosa.  Ed è proprio questa la seconda cosa che le volevo dire, e cioè che siamo abituati a organizzare mega-eventi, dalla Maratona di Gerusalemme di cui stiamo preparando l’ottava edizione, al Gay Pride di Tel Aviv che solo quest’anno ha visto la partecipazione di più di duecentomila persone. Insomma, conosciamo il nostro mestiere.

Che significato simbolico ha per Israele inaugurare il Giro nella propria capitale? Sono anni e anni che Israele combatte per la normalità. Questo è il significato più intenso della partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme e questo è anche come ci piace vedere noi stessi: una società viva, democratica, multiculturale e con molte sfide da affrontare, come del resto succede a tutti i paesi vivi e democratici.

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La normalità passa anche attraverso la crescita economica, il moltiplicarsi delle start-up, la fama nella ricerca medica e scientifica e persino attraverso i flussi turistici in costante aumento nonostante il Bds, la stizzosa campagna avviata nel 2005 da 171 ong palestinesi che invoca il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni internazionali contro Israele. Per anni avete reagito rimanendo sulla difensiva, poi avete deciso di cambiare prospettiva tanto che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha voluto rafforzare una task-force attribuendole circa 25 milioni di euro e affidandole la missione di ribattere colpo su colpo le fake news, i fotomontaggi, le sceneggiate orchestrate via YouTube e le diffamazioni propalate via social network. Ho l’impressione che lei sopravvaluti l’influenza di Bds. E allora le do una notizia: l’85% dei resoconti delle attività del Bds trova spazio su media israeliani o ebraici. Se fuori dal mondo israeliano ed ebraico va in giro a chiedere chi è e cosa fa il Bds, ho l’impressione che pochi le sapranno rispondere. Il che non vuol dire che sottovalutiamo il rischio ma riteniamo che si tratti più di una questione emotiva che logica.

BDS all'università di Torino

Manifestazione Bds all’luniversità di Torino

La propaganda del Bds (in Italia pressoché inconsistente) vi causa danni? La mia risposta è semplice: no. Se questo è il loro modo di boicottarci, che facciano pure perché noi ce la stiamo cavando molto bene. Mi fa pensare al titolo di una commedia di William Shakespeare: ‘Molto rumore per nulla’. Israele non ha mai smesso, nemmeno nei momenti più difficili, di promuovere il dibattito e il dialogo con chiunque. Il Bds fa l’esatto contrario. Le faccio un esempio: questa sera ci sarà l’esibizione di una cantante d’opera israeliana e io, naturalmente, sarò presente. Se vi sarà un gruppo che vuol usare questa occasione per dimostrare le proprie idee, credo che abbia il diritto di farlo ma sul marciapiede opposto a quello del teatro perché non può impedire né a me né a chiunque altro di entrare. Il punto è questo: la libertà di scelta. E questo non è negoziabile. Da settant’anni a questa parte, il mondo libero ha scelto con chiarezza il diritto all’esistenza di Israele mentre penso che il Bds non abbia elaborato questo pensiero.

In molte università americane ed europee gli studenti ebrei vengono presi di mira, i prodotti israeliani marchiati e contestati, Israele demonizzato seguendo i più vieti stereotipi antisemiti. Io le parlo dell’Italia, dove sono stato chiamato a rappresentare il mio Paese e i suoi interessi. Ogni volta che vengo a conoscenza di un problema alzo il telefono, parlo con il rettore, esprimo la mia preoccupazione e nella maggior parte dei casi la questione finisce lì. Noi vogliamo risolvere i problemi in modo costruttivo senza pregiudicare la libertà di chicchessia ma prevenendo la possibilità di boicottare. Questo è come la vedo io: dar la precedenza al dialogo ma anche rimanere fermi nelle nostre posizioni di diritto.

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Capisco il suo approccio pratico, eppure insisto: gran parte dell’informazione su Israele è deformata. Sono anni che vi osservo, che leggo quello che scrivono di voi i giornali, ciò che dicono di voi i telegiornali. La nostra comunicazione è positiva o pro-active, come si dice in inglese. Mettiamo cioè le persone davanti a verità incontestabili.

Secondo il principio che ognuno può avere le proprie opinioni ma non i propri fatti. Per di più, rispetto al passato noi oggi possiamo permetterci di comunicare attraverso i media digitali come Facebook e Twitter, nei confronti dei quali la nostra attenzione è molto alta, come siamo molto attenti alla cooperazione accademica e culturale. Insisto: quel che ci preme è la normalità. Quando Intel ha deciso di aprire il suo ‘autonomous vehicle center’ a Gerusalemme, beh, questo lo considero uno state of mind, una condizione mentale.

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In effetti Intel, il colosso americano dei wafer al silicio ha acquisito Mobileye, l’azienda israeliana specializzata nello sviluppo e costruzione di telecamere e sensori per auto che vengono utilizzati per la funzionalità di guida autonoma. Un giochetto che vale più di quindici miliardi di dollari. Intel ha visto qualcosa che molte persone al mondo non hanno ancora visto anche se ormai la gente ha capito che noi non siamo il demonio in questa parte di mondo, né mai lo siamo stati. Forse dovremmo chiederci quale tipo di argomenti sono stati usati da chi voleva dipingere Israele come il demonio. Sono persuaso che sia pur lentamente questo tipo di lavoro produca i suoi effetti e insisto: di fronte ai nostri detrattori noi opponiamo un programma positivo.

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Non possiamo però dimenticare che la regione è al centro di un conflitto tostissimo. Questo è innegabile. Si tratta però di una vicenda molto complicata e non credo che il conflitto tra noi e i palestinesi possa essere risolto con uno schiocco di dita, come si prepara un caffè solubile. Penso però anche che il mondo debba vedere Israele al di là del conflitto e come il mio Paese possa contribuire e essere partner del mondo libero, il che poi è anche un modo per promuovere il dialogo con i palestinesi. Fino a quando i palestinesi continueranno a ostinarsi mantenendo un’agenda negativa – boicottaggi nello sport, le decisioni risibili dell’Unesco sulla non ebraicista di Gerusalemme, la questione dei rifugiati di seconda o terza generazione – è inutile sforzarsi per un dialogo. Quello che usano è il mantra di chi non sa leggere le piccole ma potenti descrizioni della storia. Ciò che su cui noi ci impegniamo è costruire una politica positiva con la convinzione che piano piano sarà questa a superare l’altra che spesso e volentieri usa verità tutt’altro che cristalline.

E qui, mi sembra di capire, parla l’uomo ottimista ma non ingenuo. Una delle cose interessanti che Israele sta facendo con il mondo arabo è la comunicazione diretta e non più attraverso Al Jazeera. La pagina del ministero degli Esteri israeliano è seguita da più di un milione di followers arabi.

Alitalia e di El Al - 72 voli che ogni settimana collegano Italia e Israele

Settantadue voli ogni settimana collegano Italia e Israele

Altro fenomeno singolare è la crescita del flusso turistico in un Paese che appunto viene raffigurato come una polveriera pronta ad esplodere. Il turista scopre che è, al contrario, un luogo pacifico, desiderabile, magnifico, sacro e divertente. Non sarà lo Shangrilà ma nemmeno la Gehenna. E a sua volta il turista diventa portatore di un messaggio positivo. Premesso che a mio giudizio il turismo è soprattutto economia, il fatto che il turismo stia rifiorendo in Israele è il risultato di alcuni fattori positivi: prima fra tutti quello che appunto chiamo ‘agenda positiva’. Molte persone vogliono visitare Gerusalemme, Tel Aviv, Eilat e Haifa e BeerSheva. C’è così tanto da vedere e l’atmosfera creativa è talmente intensa! In passato molti, temendo di trovarsi in un luogo poco sicuro, rimandavano il viaggio. Ora invece la gente ha acquisito una cresccente fiducia in Israele come luogo dove è possibile viaggiare con la propria famiglia e dove i giovani possono spassarsela. Tra gennaio e settembre abbiamo registrato un aumento del 27% del turismo rispetto agli altri due anni, il che significa tre milioni di persone. In questi primi nove mesi del 2017 dall’Italia sono arrivati 75mila turisti. Si tratta di cifre per noi insolite.

Ci sono però anche problemi strutturali da risolvere. Non c’è dubbio: le strutture alberghiere sono insufficienti ad assorbire questi flussi e per di più Israele è un paese caro perché la nostra moneta è molto forte rispetto al dollaro e all’euro. Sui servizi turistici stiamo lavorando con grande intensità. Tanto per farle un esempio, calcoli che oggi– esclusi quelli di Alitalia e di El Al – abbiamo 72 voli che ogni settimana collegano Italia e Israele. La rivoluzione dei voli low cost ha prodotto una grande differenza tanto che alcune compagnie aeree volando direttamente ad Eilat senza nemmeno passare per Tel Aviv e i voli non costituiscono più un costo rilevante della vacanza. E’ poi vero quel che diceva prima: chi viene in Israele, nella stragrande maggioranza dei casi, torna casa con una visione positiva e Israele gli resta nel cuore per il resto della sua vita. Gli israeliani sono aperti, facili, ospitali, curiosi, attaccano discorso con molta facilità. Nelle strade senti parlare tutte le lingue, l’ebraico, il russo, l’inglese, il francese.

Non voglio entrare su un terreno politico in senso stretto, ma la questione dello spostamento delle ambasciate da Tel Aviv a Gerusalemme è questione ancora molto dibattuta. Sarò molto chiaro: personalmente spero che questo accada presto perché Gerusalemme è la capitale dello Stato di Israele. Punto. Nello stesso tempo penso che anche questa sia una questione sovrastimata.

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Il fatto che gran parte della comunità internazionale non riconosca che Gerusalemme è la capitale dello Stato di Israele e si ostini a mantenere le proprie rappresentanze diplomatiche a Tel Aviv le pare una questione sovrastimata? Chieda a qualsiasi diplomatico che abbia il suo ufficio a Tel Aviv. Le dirà che va da Tel Aviv a Gerusalemme come io vado da casa mia a via del Corso. Stiamo parlando di un percorso che richiede meno di un’ora di macchina, e de facto Gerusalemme è il centro della vita diplomatica. Gli incontri politici sono a Gerusalemme, gli incontri istituzionali sono a Gerusalemme, il parlamento è a Gerusalemme, i ministeri sono a Gerusalemme, la residenza del presidente e quella del primo ministro sono a Gerusalemme. Torno a dirle che a me piacerebbe vedere le ambasciate a Gerusalemme ma anche se ci vorrà anche un po’ di tempo, de facto è già così.

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Lei ha vissuto e lavorato molto a Bruxelles. Che idea ha dell’Unione europea?Bruxelles è una delle più complicate arene per la diplomazia israeliana. Io mi occupavo di affari agricoli e con la UE abbiamo rinnovato gli accordi di un certo livello. Tuttavia Bruxelles è ancora legata a un programma politico vecchio quando si tratta di Israele e Palestina. Mi permetta di esprimere un’idea personale: se continui a mantenere lo stesso comportamento e ottieni lo stesso risultato fallimentare, forse è arrivato il momento di cambiare approccio. Israele ha bisogno di un’Europa forte che stia al nostro fianco per la democrazia, per la pace e per lo sviluppo. Credo che questo sia un punto cruciale ma qualcosa è stato dimenticato in questo processo: vengono ripetuti gli stessi vecchi argomenti, gli stessi comportamenti obsoleti e tutto rimane com’era. Mi viene da dire che Bruxelles abbia dimenticato che lavora per il popolo d’Europa. E che gli europei stiano perdendo fiducia in un sogno che a mio avviso è meraviglioso. Il Trattato di Roma fu firmato dopo anni di massacri che avevano devastato il continente. Si trattava di una visione solida, basata su valori economici, politici e culturali. Col tempo però le istituzioni europee hanno dimenticato chi è che paga i loro stipendi. Quando tutto va bene e l’economia è fiorente, è facile. Ma quando le sfide si complicano, quando l’economia scricchiola e dobbiamo affrontare le sfide dei movimenti migratori, vediamo che l’estrema sinistra e l’estrema destra si riaffacciano sulla scena in modo preoccupante. Credo che questo sia il momento perché le leadership portino nuovi fattori all’interno del panorama europeo.

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Sachs al Congresso delle associazioni Ialia Israele

Come si trova a lavorare in Italia? Dal punto di vista personale lavorare in Italia è meraviglioso perché la gente è sincera e aperta. Ho la chiara percezione che in campo accademico, che culturale o politico non ci siano porte chiuse. Noi cerchiamo di incontrare e conoscere tutti, anche coloro che non sono dei grandi sostenitori di Israele, cosa che del resto fa parte del gioco. Tuttavia non nego che in alcuni ambienti non è facile creare un cambiamento. A volte si tratta di una differenza culturale, altre è colpa della burocrazia. Vorrei però tornare sul terreno economico perché su questo io investo molte energie con la convinzione che sia un modo sostenibile per costruire legami tra paesi.

Come reagisce il sistema economico ai vostri approcci, alle vostre iniziative? Noi portiamo molte delegazioni di società e imprenditori israeliani in Italia. L’economia finanziaria, l’automotive, l’industria dei cosmetici… La reazione immediata con la controparte italiana è molto favorevole. Dopo i preliminari, quando si tratta di passare alla fase di impegno, si tende a perdere troppo tempo dimenticando che uno dei principi economici è quello di non spendere troppo denaro e troppo tempo nei preliminari se non vedi un orizzonte.

Sachs all'università do Teramo nel giorno della Memoria

Sachs all’università di Teramo

Lei prima ha anche accennato all’importanza degli scambi culturali. Come giudica i rapporti in campo accademico? Direi che stiamo andando molto bene. Al momento attuale sono attive ben 105mila ricerche comuni tra Italia e Israele, il che mi pare una cifra considerevole considerando che il numero degli studenti israeliani è inferiore di quello degli studenti della sola città di Roma. Il problema però è quello di cui le dicevo: quando cerchiamo di portare questo territorio fertile della cooperazione accademica alla fase di cooperazione industriale o di qualsiasi altra cooperazione economica, tutto diventa più complicato e lento. Noi ci stiamo lavorando molto e sono sicuro che sia pure lentamente qualcosa succederà.

Quali sono le sue relazioni con i media italiani Siamo relativamente soddisfatti dell’equilibrio delle cronache anche se occasionalmente vi sono giornalisti e giornali bloccati nel passato con argomenti stereotipati che non erano corretti cinquant’anni fa e che non lo saranno mai. Ciò che faccio è alzare il telefono, chiamare il direttore e discuterne. A volte con successo, altre no. Direi però che anche nei media registro alcuni piccoli quanto significativi cambiamenti.

 Eppure c’è ancora qui da noi chi descrive il conflitto mediorientale come l’origine di tutti i mali, attribuendone la responsabilità ad Israele. Chi ripete che il conflitto israelo-palestinese è la causa dell’intera instabilità del Medio Oriente dovrebbe tornare in prima elementare. Mi chiedo come sia possibile collegare questo conflitto con la situazione siriana, con quella irachena, o iemenita o libanese. Se qualcuno dice che è colpa di Israele se Assad ha macellato mezzo milione della sua gente, è una discussione alla quale mi rifiuto di partecipare perché non si tratta di ignoranza, ma di pura stupidità.

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 E la stupidità, lo sappiamo tutti, è imbattibile. Ma come se ne esce? Qual è secondo lei una strategia di comunicazione coerente e di successo? Lavorare dal basso. I media stanno cambiando e la gente legge meno i giornali e usa molto i social media – a volte molto superficiali – come principale mezzo di informazione. Ci piaccia o no è così. Ed è con questo che dobbiamo fare i conti. A volte mi sento un po’ frustrato per dover far giungere un messaggio o un’idea in uno spazio molto ridotto. Ciò che ho a disposizione sono solo poche frasi per un tweet o per un breve post. Ma se davvero vuoi che le cose cambino, devi raggiungere le persone là dove sono. Vede, io sono profondamente convinto della capacità delle persone nel creare ponti, e questi ponti verranno dal mondo della cultura, dalla ricerca, dalla cooperazione economica. Noi dobbiamo creare qualcosa di sostenibile e credo che ci sia una volontà comune tra Israele e Italia. So che a Roma e a Gerusalemme c’è una profonda comprensione della necessità di una stretta collaborazione. Molte buone cose stanno avvenendo, molte sfide le abbiamo ancora di fronte ma noi siamo al lavoro e io sono e resto molto ottimista. Del resto è questa la mia natura. Questo è come mio padre e mia madre mi hanno fatto crescere e senza ottimismo direi che il Giro d’Italia non sarebbe iniziato a Gerusalemme quest’anno.

  (Prima)

 

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