Il magico matrimonio
di un cristiano ed una ebrea

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di Giorgio Linda –

Non sono un critico letterario professionista, non sono imbeccato da alcun Editore né coinvolto in alcun Premio Letterario, sono semplicemente un lettore e da semplice lettore condividerò con voi le mie impressioni , positive o negative, su alcuni libri letti. Questa volta parliamo di “Le feste degli ebrei” di Harvey Cox- Mondadori

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Giorgio Linda

Forse non sarà facilissimo reperire questo testo edito nel 2003, ma vale la pena di provarci . Il libro infatti descrive un approccio particolarissimo alla conoscenza dell’Ebraismo.

L’Autore, è uno dei più noti teologi cristiani dei nostri tempi , ma i casi della vita lo hanno portato a sposare Nina Tumarkin, ebrea ortodossa da cui ha avuto un figlio, Nicholas. Ebbene,- come Cox stesso racconta- fin da prima del matrimonio i due sposi avevano deciso che sarebbe stato fonte di confusione e controproducente allevare la prole in due tradizioni religiose .

Nina Tumarkin,

Nina Tumarkin,e Harvey Cox

Con notevole fair play e onestà intellettuale , il teologo conclude “siccome riconosco che gli ebrei ritengono che il figlio di una madre ebrea sia ebreo, questa è la fede nella quale insieme stiamo crescendo nostro figlio”.

Chapeau o , in questo caso, Kol Ha-Kavod ! Nell’antico Tempio di Gerusalemme, prima dell’area interna dove erano ammessi solo gli ebrei, c’era una zona chiamata ”cortile dei Gentili” dove potevano sostare anche i non ebrei ed è in questa zona che idealmente si colloca l’Autore.

Con fine umorismo, Egli  narra che “ il matrimonio mi ha catapultato in un intrico di zie, zii, nipoti e cugini, così che la maggior parte di quello che ho appreso dell’ebraismo non è venuta dai libri  e(….) “mi sono fatto finora quindici anni di feste ebraiche, shabbath, riti, studi della Torah, musica klezmer , preghiere , riunioni di famiglia, barzellette, pettegolezzi e geffilte fisch”.  In realtà Cox , con un rigore e una serietà pari all’affetto, si è assunto l’onere di preparare il proprio figlio alla prova del Bar Mitzvà e il libro è in sostanza la somma delle “lezioni” impartite a Nicholas per consentirgli di entrare con successo e consapevolezza nel novero dei Figli di Israele.

indexTempio di Gerusalemme, ”cortile dei Gentili

Tempio di Gerusalemme, , ”cortile dei Gentili”

Se la preparazione del figlio alla maggiorità religiosa ebraica resta lo scopo principale dell’Autore in quanto padre, anche altre sono le motivazioni che lo hanno spinto in quanto teologo cristiano.

In primo luogo per aiutare gli amici cristiani a capire meglio l’ebraismo, soprattutto quelli che sarebbero curiosi di conoscerlo , ma ne sono sconcertati . Al proposito , Cox si definisce come “ un osservatore che è anche uno di parte”. E’ chiaro –egli dice- che rimarrò sempre nel “Cortile dei Gentili”, non sarò mai “uno dei nostri” ma neppure un analista freddamente obiettivo.

La seconda ragione è più personale: questa avventura spiritual-intellettuale ( e l’averla raccontata in un libro) lo ha aiutato a capire meglio la sua stessa fede cristiana . “ I cristiani dicono talvolta che abbiamo bisogno di capire l’ebraismo perché, dopotutto, la nostra stessa fede è radicata nella fede dell’antico Israele.(…) Ma si trascura il fatto che ci sono stati duemila anni di storia da quando il cristianesimo è nato. (…) Pensare l’ebraismo in questo modo significa consegnarlo al passato, rendere invisibile l’ebraismo vivente” .

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La terza ragione per scrivere il libro è per confutare l’idea che un matrimonio ebraico-cristiano necessariamente diluisca la sostanza della fede dell’uno o dell’altro coniuge. “Io e Nina-precisa- siamo giunti alla conclusione opposta “ e ognuno dei due ritiene di essere rispettivamente un cristiano e un ebreo migliore in ragione di questa “avventura spirituale”.

Infine , e non è poco, Cox spera che anche i lettori ebrei possano trarre vantaggio dalla lettura della sua esperienza della loro religione. Il vedere se stessi come altri ci vedono può aiutare spesso a vedersi in una nuova luce e –conclude- “se leggendo attentamente questo libro, qualche lettore ebreo arrivasse a imparare qualcosa della sua fede che non aveva ravvisato in precedenza, mi sentirei gratificato”. Insomma la particolare identità di Harvey Cox fa sì che oltre alla narrazione, si presentino confronti e contrasti, analogie e differenze fra ebraismo e cristianesimo mettendo in luce aspetti spesso trascurati.

dello shofar

Questo pellegrinaggio attraverso l’ebraismo è organizzato come un percorso attraverso l’anno ebraico . Questo- scrive Cox- non sarà una sorpresa per il lettore ebreo, ma potrà sconcertare qualche lettore cristiano, il quale forse, per prima cosa , vorrebbe sapere cosa credono gli Ebrei. Ma l’ebraismo non è una fede , bensì un’ortoprassi, ciò che tiene assieme gli ebrei non è una professione di fede come “il Simbolo degli Apostoli”, bensì il suono dello shofar, l’accensione della Chanukkià, le stesse quattro domande fatte dal bambino più piccolo anno dopo anno durante il Seder di Pesach, è l’arrivo settimanale di Shabbath.

Arthur Green

Arthur Green

Al proposito Rav Arthur Green, rinomato studioso della mistica ebraica , scrisse che  :”Le festività sono un tempo di luce interiore, un momento di opportunità particolare (…) doni rari nella ricerca spirituale, opportunità che colui che cerca non può permettersi di ignorare”

In conclusione, “ne risulta un libro del tutto particolare, ove dottrina, liturgia e vita si intrecciano in modo originalissimo e l’inesauribile miniera di saggezza spirituale dell’ebraismo risalta in tutta la sua attualità”

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