Il mondo visto dal King Daviv Hotel

IL principe William e Haim Shkedi

di David Lerner –

Risalendo dalla città vecchia di Gerusalemme in direzione ovest, attraverso le casette della colonia degli artisti un tempo terra di nessuno fra Giordania e Israele, l’albergo King David si staglia imponente. La pietra bianca gerosolimitana dell’edificio in stile palazzo neo-rinascimentale riluce sotto il sole della città santa. Ma le sue 237 camere, e il salone decorato con eleganti stucchi in cui si serve la colazione più sontuosa del Medio Oriente, rimangono vuoti. L’ingresso con l’insegna dorata e la vecchia porta girevole è sbarrato, i corridoi sono immersi nel buio, la terrazza affacciata sul giardino con piscine in cui si beve l’aperitivo con la vista sulle mura di Solimano è orfana della clientela mondana.

David Lerner

Non era certo cosi che Haim Shkedi, direttore dal 1994, dopo aver cominciato la carriera all’albergo da manager delle risorse umane a fine anni 70, sognava di an dare in pensione. Costretto a chiuderei battenti dopo decenni frizzanti scanditi da visite di capi di Stato, dive del cinema, diplomatici e uomini ricchi di tutto il mondo. Gli ultimi giorni di lavoro li passa attaccato al telefono opponendosi all’idea di fare del King David un ricovero di ammalati di coronavirus, la sorte toccata ad altri hotel di lusso della catena Dan che non ne eguagliavano prestigio e storia.E anche la situazione politica gli mette amarezza – il capo dell’opposizione Benny Gantz ha da poco gettato la spugna accettando di fare un governo di unità nazionale con il premier Benjamin Netanyahu.

«E molto triste, ancor più da uomo di sinistra» dice. L’angoscia è tale che all’inizio dell’intervista Shkedi mette le cose in chiaro: non una parola sul coronavirus, oppure me ne vado. Anzi, ti faccio causa. Si parte allora dall’accaduto più lontano nel tempo dalla pandemia, che però rimane scolpito nel cuore del direttore: la memorabile visita del presidente egiziano Anwar Sadat a Gerusalemme, nel novembre 1977.

«Ero arrivato da poco al King David e la notizia ci fu data con appena 48 ore di anticipo» racconta. «Per noi non era una cosa facile da contemplare, con gli egiziani avevamo appena finito di fare la guerra. Ma gli impiegati arabo-israeliani dell’hotel erano fuori di sé dalla gioia, il più grande leader del mondo arabo stava arrivando. Conoscendo meglio la mentalità araba, hanno dato un contributo decisivo alla visita».

L’attentato terroristico al King David Hotel del 22 luglio 1946

Era il prologo degli accordi di pace fra Israele ed Egitto. Ma il King David, costruito negli anni 30 proprio da facoltosi ebrei egiziani (arrivò quasi subito l’imperatore etiope Hailé Selassie in fuga dagli italiani), di storia ne aveva già macinata un bel po’. La monumentale biografia di David Ben Gurion firmata da Tom Segev (Uno Stato ad ogni costo, non tradotto in italiano) racconta come nel 1945 il fondatore di Israele perorasse fra queste mura la causa dell’immigrazione in Palestina dei sopravvissuti alla Shoah, di fronte a una commissione d’inchiesta anglo-americana.

E, solo un anno più tardi, i sionisti radicali del gruppo Etzel facevano saltare in aria l’ala meridionale dell’albergo, dove il mandato britannico aveva stabilito il proprio quartier generale. Le vittime furono 90, all’epoca non c’era mai stato al mondo attentato più sanguinoso.

«Da bambino, quando passavo con mio padre di fianco ai detriti, non era per nulla fiero di quell’attacco» ricorda Shkedi, che da 74enne ha più anni dello Stato. «Fu la goccia che fece traboccare il vaso per gli inglesi. Di li a poco, se ne andarono». Ma torniamo al 2020. A gennaio Shkedi ha fatto in tempo ad essere protagonista di un’ultima grande kermesse internazionale, prima dell’insorgere del la piaga.

Fifth World Holocaust Forum

In occasione del Fifth World Holocaust Forum, 47 leader mondiali sono arrivati a Gerusalemme e il King David è andato in overbooking. «Ho dovuto negare una stanza a Vladimir Putin, l’ambasciata russa si è mossa tardi» racconta. «Quando arrivano richieste di questo calibro, è necessario cancellare tutte le prenotazioni pro-esistenti per fare spazio alla delegazione. A nessuno piace sentirsi dire che c’è qualcuno più importante di lui, e in questo caso il prezzo da pagare era troppo alto: avevamo già i presidenti di Italia, Francia e Germania».

Fra gli “scaricati”avrebbe dunque rischiato di esserci anche Sergio Mattarella, che si è poi trovato al centro di una disputa per la camera. «L’ambasciata italiana ha insistito affinché gli dessi una delle due suite al sesto piano (la più grande misura 180 metri quadrati, la più piccola 145, ndr), che sono migliori di quella del quinto, ma avevo già assegnato la stanza al principe Carlo. Che alla fine ha ceduto. È già stato qui tre volte e va sempre in camera facendo le scale, quindi non credo gli sia dispiaciuto dormire un piano più in basso».

Quando l’hotel si riempie di massime autorità – a gennaio erano in 20 non è un grande affare dal punto di vista finanziario, racconta Shkedi. «Di solito il conto lo paga il ministero degli Esteri israeliano, e a noi tocca fare lo sconto (il prezzo corrente della stanza occupata a gennaio da Carlo sarebbe di 4mila dollari a notte, sui 7 mila quella di Mattarella, ndr). Ma ovviamente contano anche pubblicità e prestigio».

I FUNERALI DI RABIN «Ma più delle visite istituzionali sono di difficile gestione quelle degli artisti» prosegue il direttore. Ne sono arrivati tantissimi nel corso degli anni: da Barbra Streisand a Bono a Kirk Douglas, a cui uno Shkedi guascone disse di aver inciso le iniziali KD (King David) in tutto l’albergo per onorarlo. «Le star sono più esigenti e capricciose, anche perché non sono qui per lavoro» racconta, rigorosamente senza fare nomi. «Una volta un’attrice molto famosa si è accorta a mezzanotte che il letto della camera era troppo alto perché il suo cane potesse saltarci sopra, e ho dovuto far venire un falegname perché costruisse una scaletta».

E poi ci sono i presidenti americani, un’altra categoria a sé. Shkedi ricorda in particolare la prima visita di Bill Clinton, in occasione dei funerali dell’ex primo ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995 (solo l’addio all’ex presidente Shimon Peres attirò un numero di autorità paragonabile in Israele, e quindi al King David). «Ogni israeliano si ricorda quel sabato sera terribile in cui arrivò la notizia dell’assassinio di Rabin. Pochi minuti dopo mi chiamò l’ambasciatore americano e mi disse: il Presidente è in arrivo. In quelle giornate di grande dolore per il mio adorato leader, ci aiutò moltissimo il fatto di dover lavorare freneticamente. perché ci distraeva dal lutto. Venne persino Mubarak”.

PANICO PER OBAMA Shkedi, che accoglie sempre i suoi ospiti importanti all’ingresso, ricorda Clinton come un uomo aperto e amichevole. Al contrario, Trump gli è parso freddo, scorbutico. La sua richiesta più parti colare? Di procurargli delle caramelle Tic Tac. Con Obama ha invece vissuto il più grande panico della camera. «La sera della cena della Pasqua ebraica del 2013 doveva essere l’ultimo giorno della visita di Obama, che aveva lasciato l’albergo per andare a Betlemme, e da lì doveva ripartire per l’aeroporto e poi alla volta degli Stati Uniti.

Con gli americani c’è la regola ferrea che l’albergo deve rimanere “sterile” fino a quando l’aereo presidenziale è in volo da almeno un’ora, non possiamo toccare nulla. Ma una tempesta di sabbia bloccò il suo elicottero a Betlemme, e dovetti ritardare la riapertura. Fra le proteste furiose degli altri ospiti». Dico a Shkedi che ho un ricordo personale del King David. Nel 2006 nella ball vidi i genitori dei due soldati israeliani rapiti nel blitz di Hezbollah.Volevano intercettare il Segretario Onu Kofi Annan per chiedergli di impegnarsi per il loro rilascio (alla fine ritornarono solo i corpi senza vita). «Ricordo bene» dice il direttore. «I genitori di soldati israeliani rapiti in guerra li ho conosciuti tutti, vengono qui per inseguire le autorità e facciamo il possibile per aiutarli». Ha mai facilitato un incontro risolutivo? Shkedi scuote la testa: «Possiamo permetterci piccole deviazioni di protocollo, ma l’Hotel è solo uno strumento, dobbiamo stare al nostro posto e conoscere i nostri limiti».

Hussein di Giordania

LA VERSIONE DI MOSTAFA Lasciando il King David mi imbatto nell’inserviente arabo Mostafa Karawi, che lavora nell’albergo da 35 anni (più della metà dei dipendenti sono musulmani). «Non aveva mai chiuso dal 1931, l’anno dell’apertura» dice sconsolato. Lo sguardo fiero e malinconico, comincia anche lui a rievocare gli ospiti d’eccezione che ha incontrato negli anni, partendo non a caso dai leader arabi. «Quando venne Hussein di Giordania gli dissi:

“Th accendi una luce su Gerusalemme”» racconta, indicando l’antico tavolo che l’albergo diede in prestito per la firma del trattato di pace fra Giordania e lsraele nel 1994. Poi ride: «Sarkozy mi mandò a tarda notte a procurargli un pacchetto di sigarette». Su Netanyahu ha im aneddoto non troppo edificante.

«Pranzò qui, nella Oak Room dietro la reception, subito dopo essere diventato premier perla prima volta nel 1996. Ordinò un Cabernet Sauvignon del 1989 da 1.000 shekel (250 euro) e al momento di pagare il conto prese a lamentarsi del prezzo. Io non sapevo cosa fare e corsi dal direttore Shkedi. Mi disse di fargli pagare solo due bicchieri». E infine Sergio Ramos, il capitano del Real Madrid. Dice Karawi: «Prese a insultarci e lanciò il telefonino a un collega che gli aveva soltanto chiesto una foto». Salutandoci, cosi conclude: «Spero che torneremo presto a fare la storia».

 

  (Repubblica)

 

 

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