Il pasdaran Massimo

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di Gianpaolo Santoro –

Lo confessiamo, eravamo preoccupati. Intervenuta l’ineffabile Mis Pesc col velo Federica Mogherini, ascoltata l’evanescente presidenta Laura Boldrini, intervenuti i soliti intellettuali con il solito appello anti israeliano, in fondo mancava solo lui all’adunata anti sionista: il leader Massimo, per tutti Massimo D’Alema.

Palestinian medics and protesters evacuate a seriously wounded youth during a deadly protest at the Gaza Strip's border with Israel, east of Khan Younis, Gaza Strip, Monday, May 14, 2018. Thousands of Palestinians are protesting near Gaza's border with Israel, as Israel celebrates the inauguration of a new U.S. Embassy in contested Jerusalem. (ANSA/AP Photo/Adel Hana) [CopyrightNotice: Copyright 2018 The Associated Press. All rights reserved.]

Un barbaro eccidio di ragazzi disarmati”. Così ha sintetizzato l’ex Premier e l’ex ministro degli esteri i drammatici venerdì di sangue di Gaza. “Soldati israeliani che prendono di mira anche i bambini e poi festeggiano postando su Facebook i video dei colpi andati a segno. Lo scopo dell’esercito è solo quello di umiliare e terrorizzare la popolazione di Gaza, non certo di difendere Israele”.

Ma che ne sa Massimo D’Alema che le regole di ingaggio dei militari sono severe e strettamente monitorate. Ogni colpo deve essere approvato da un comandante. E quando è indispensabile sparare, i soldati mirano alle gambe, e vengono presi di mira solo gli individui direttamente coinvolti negli assalti e a quelli “armati”.

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Non si spara per nessuna ragione ai “manifestanti” che protestano alla dovuta distanza dal confine. Nessuno spara nel mucchio. I tiratori scelti sono esperti e preparati e sanno garantire una condotta controllata e contenuta. A ogni “incidente” seguono sessioni di analisi. E’ chiaro che in una situazione di “guerra” come questa possano essere commessi errori, ma vengono identificati, capiti, corretti.

Ma che cosa ne sa lui? Dopo essere stato spazzato via dall’ultima tornata elettorale, D’Alema è riaffiorato dall’anonimato cavalcando un suo vecchio cavallo di battaglia l’antisionismo sfegatato. “La politica israeliana ha spazzato via ogni possibilità di uno Stato Palestinese. Mi domando se non bisogna anche smettere di ripetere ipocritamente la formula “Due Popoli, Due Stati”. Lo Stato Palestinese non c’è più, è stato occupato, colonizzato. I territori palestinesi sono ormai come riserve indiane. Il vero problema che si pone è quello dei diritti umani e civili della popolazione. Uno Stato Palestinese non c’è più, c’è solo uno scenario sudafricano, in cui i palestinesi vivono una forma di apartheid. L’Europa pare non voler capire che questa situazione rappresenta una minaccia diretta: l’odio che Israele e Usa attirano verso tutto l’Occidente potrà portare a nuove reclute per il terrorismo, a nuove ondate di rifugiati, e saremo noi europei a pagare il prezzo di questa ferita aperta”.

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Non c’è mica da meravigliarsi. Una  manciata di mesi fa D’Alema chiedeva al governo italiano di riconoscere unilateralmente lo Stato di Palestina e gridava al vento di diffidare di Donald Trump che con le sue decisioni (trasferimento Ambasciata e disdetta dell’accordo nucleare) aveva “segnato il punto più basso dell’affidabilità Washington”.

Le posizioni filo palestinesi dell’ex Premier e dell’ex segretario Pds non sono certo una novità tutt’altro. Sono alla luce del sole da tempo. Lo abbiamo già scritto ma come non ricordare il durissimo editoriale di Yedioth Ahronoth quando nel 2006 D’Alema era ministro degli esteri del governo Prodi. “Con D’Alema alla Farnesina – scriveva il popolare quotidiano di Tel Aviv- è la fine della luna di miele tra Italia e Israele. D’Alema infatti è noto per le sue prese di posizione filopalestinesi e in passato si è sempre espresso contro la costruzione della barriera in Cisgiordania e contro le operazioni dell’esercito nei Come dimenticare quella volta che D’Alema arrivato in Israele venne accolto da parte di alcuni diplomatici col tradizionale “benvenuto in Israele” e che lui subito corresse “no, benvenuto in Palestina…”?

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O come quando affermò che le azioni terroristiche di Hamas sono “operazioni di resistenza all’ occupazione israeliana”? O ancora quella volta che parlando di Pace ad Assisi, prese il suo telefonino e mostrò il display: “E io sarei il filo-terrorista? Ecco i miei amici..” e comparve il numero di Abu Mazen.  “Il vero dramma  è che né Israele né la comunità internazionale hanno mai dato un risultato concreto alla leadership palestinese più pacifista e non violenta della storia: cioè Abu Mazen”.

O quando  scrisse al Corriere della Sera per rispondere ad una lettera dell’ambasciatore di Israele, Naor Gilon. “Le forze armate israeliane -scrisse D’Alema- si sono  rese complici dell’orrendo massacro di donne e bambini palestinesi compiuto dai loro alleati falangisti nei campi profughi di Sabra e Chatila”. Un duro attacco, fornendo una sua interpretazione arbitraria, di quella che fu una terribile tragedia. E di tragedia in tragedia continua a dare la sua interpretazione arbitraria. Filopalestinese.

 

 

 

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Gianpaolo Santoro

Gianpaolo Santoro

Giornalista