Il petrolio di Israele

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 di Niram Ferretti –

Tornare in Israele significa ritrovare sempre un paese vibrante e carico di un invincibile ottimismo, proiettato senza sosta nel futuro pur nell’incertezza costante. E’ il dispositivo ebraico, la progettualità come resilienza e resistenza contro le forze ostili e omicide che nei millenni hanno cercato di distruggere questo indomabile e sempre insoddisfatto anelito.

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Niram Ferretti

Tornare significa ritrovare Tel Aviv con nuovi lavori in corso, cantieri sempre attivi (a ottobre sarà inaugurato il treno veloce che in 28 minuti porterà a Gerusalemme), significa vedere palazzi di 64 piani per una superficie di 118,000 metri di uffici e 10,500 metri di negozi, dove Amazon e Facebook hanno i loro uffici e dove è in progetto una nuova torre di 90 piani per 112,000 metri di superficie.

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Tel Aviv

Significa leggere la realtà come una promessa di prosperità nonostante i molti nemici, la perenne fabbrica delle menzogne che racconta di un paese inesistente, malvagio, fondato sul sopruso e il crimine ai danni dei palestinesi, un’entità fittizia che può solo sgretolarsi una volta che gli occhi sanno aprirsi onestamente sulla realtà.

Questo è il paese che va sempre più veloce perché ha saputo investire se stesso senza riserve, lottare e credere contro ogni speranza che ce l’avrebbe fatta, che avrebbe vinto la scommessa della storia contro un mondo arabo incapace di cogliere la grande opportunità che la rinnovata e sempre più cospicua presenza ebraica, qui, in questo luogo in cui non è mai venuta meno, avrebbe potuto offrire. Ma furono pochi, pochissimi, quegli arabi che capirono, che videro nell’immigrazione ebraica una risorsa, una opportunità per crescere insieme, per arricchirsi dell’esperienza e della conoscenza che gli ebrei portavano con sé dall’Europa, un’Europa che li aveva perseguitati e massacrati.

I più, in nome del rifiuto musulmano decisero che gli ebrei erano corpo estraneo in una terra considerata per sempre Dar-al-Islam. Al massimo avrebbero potuto dimorarvi come dhimmi, sudditi di rango inferiore, soggetti all’imperio islamico.

Ze’ev Jabotinsky

Ze’ev Jabotinsky

Ze’ev Jabotinsky lo previde con lucidità e lo scrisse nel suo testo maggiore, Il Muro di Ferro nel 1923. Sapeva che gli arabi non avrebbero mai accettato la presenza ebraica e che era necessario costruire uno Stato forte contornato da un muro che i nemici non avrebbero potuto abbattere. Così è stato ed è.

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Solo dentro la salvaguardia e la protezione può prendere corpo il futuro di Israele, mentre intorno ha continuato per anni e anni a coagularsi l’odio e il desiderio di distruzione di un mondo incapace di dotarsi di slancio e progettualità, ancorato a modelli socioculturali tribali, teocratici, antidemocratici, cleptocratici.

E’ il mondo della morta gora in cui il futuro sfugge senza sosta perché non si è interessati a produrlo, perché si è incapaci di pensarlo. E’ il mondo privo di slancio di stati falliti e di satrapie petrolifere, di teocrazie millenariste, e di dittature feroci, è il mondo di clan mafiosi e di integralismi, non solo circostante ma anche quello che Israele si trova in casa in Cisgiordania e a Gaza. E’ il mondo di chi ha voluto perdere il treno della storia preferendo ad esso il vittimismo, il risentimento, l’invidia e l’arcaicità.

Gaza

Gaza, gli aquiloni molotov

Quello che gli ebrei hanno toccato in questa terra è fiorito, è diventato non solo il giardino proverbiale, ma la maggiore e più spedita economia mediorientale. Quello che hanno toccato gli arabi ha prodotto stagnazione e arretratezza culturale, realtà che quando non si sono rivelate autosufficienti come i potentati petroliferi del Golfo sono tenute in vita da sussidi internazionali senza i quali morirebbero in breve tempo.

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Gli aquiloni incendiari di Hamas che hanno bruciato ettari e ettari di coltivazioni israeliane sono la metafora di tutto ciò. Sono, non il segno dell’impotenza, ma la professione di cupo nichilismo di chi, alla vita preferisce la morte e la distruzione. Gaza, quando venne lasciata da Israele, nel 2005, aveva sulla carta la possibilità di trasformarsi nella Singapore del Medioriente. Ha scelto di diventare il recinto oscuro di una setta fondamentalista figliata dai Fratelli Musulmani.

Mohammad Bin Salman

Mohammad Bin Salman

In che direzione guardare sembra averlo capito il giovane e futuro re saudita, Mohammad Bin Salman, il quale sa che il tempo del petrolio che ha consentito al suo paese una prosperità inaudita e senza meriti, finirà. E sa che dovrà garantirsi un modo di sopravvivere investendo, come Israele fa da sempre, in nuove tecnologie e risorse, se no sarà destinato alla rovina.

Israele, da sempre senza petrolio a garantirgli un comodo cuscino, questa scommessa sono settanta anni che l’ha vinta.

(L’Informale)

 

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