Il piacere di Fico? Stringere la mano
all’ambasciatrice del terrorismo

 

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di Fausto Carioti –

Al curriculum di Roberto Fico mancava l’abbraccio con i nemici di Israele e fiancheggiatori dei terroristi palestinesi. Il sandinista del Vomero ha provveduto ieri. Nel suo ufficio di presidente della Camera, con tutti gli onori istituzionali, ha ricevuto Mai Al Kaila, ambasciatrice della Palestina, titolo che la Farnesina le riconosce anche se il cosiddetto Stato palestinese è una finzione giuridica. «Incontrarla nel mio studio a Montecitorio è stato un piacere», ha commentato Fico al termine del colloquio.

Fausto Carioti

Fausto Carioti

«Due popoli e due Stati – ho ribadito all’ambasciatrice – resta la soluzione migliore per una ripresa efficace del processo di pace». In realtà, la pace non ha nulla a che vedere con la storia e le idee della signora. Legata all’organizzazione politica e militare di sinistra Al Fatah, prigioniera nel 1986 nelle carceri israeliane, Al Kaila rappresenta il governo di Abu Mazen a Roma dall’ottobre del 2013, quando fu accreditata da Giorgio Napolitano, ed è diventata subito la beniamina di tutti gli organi d’informazione che hanno tra i piatti fissi del menu quotidiano la guerra mediatica a Israele. La signora svolge benissimo il proprio compito di propagandista, dipingendo il governo di Gerusalemme come una banda di assassini dediti ai crimini più fermi.

Mai Al Kaila e Giorgio Napolitano

Mai Al Kaila e Giorgio Napolitano

LINGUA BIFORCUTA Lei è quella che si appella ai giornali e alle televisioni italiane (come se ce ne fosse bisogno) affinché diano risalto alla «mattanza israeliana» contro «civili, bambini e anziani inermi» (sarebbero quelli con cui i gruppi armati palestinesi si fanno scudo) e che classifica come «legittime proteste popolari non violente» le aggressioni dei suoi compagni ai danni degli israeliani. Per mobilitare l’opinione pubblica italiana non esita a ricorrere alle bufale, ad esempio accusando Israele di negare cibo e medicinali agli abitanti della striscia di Gaza anche quando Gerusalemme incrementa il flusso, già consistente, di aiuti umanitari.

Mai-Al-Kaila-ambasciatrice-palestina

Mai-Al-Kaila

Eppure questo è il lato migliore dell’ambasciatrice, quello che lei riserva agli occidentali per convincerli che causa palestinese e pacifismo possono andare a braccetto. E il volto che mostra sempre quando parla o scrive in italiano. Ce ne è un altro, conosciuto solo ai palestinesi e a coloro che conoscono l’arabo, che si rivela invece quando commenta sui social network le gesta dei terroristi, da lei santificati come «martiri». Un vero e proprio doppio linguaggio: con noi quello della diplomazia, infervorato dall’ostilità verso Israele, ma sempre facendo credere che il vero obiettivo sia la pace; con i suoi, quello della piena solidarietà alla lotta armata, anche se rivolta contro gli innocenti. E un vizio che la signora ha da tempo e che il pacifista Fico, se avesse voluto documentarsi, avrebbe scoperto con facilità (sempre ammesso che non l’abbia fatto, decidendo di fregarsene e di invitarla lo stesso).

Moni Ovadia Mai Al Kaila 2

Moni Ovadia Mai Al Kaila

ELOGI AGLI ASSASSINI Già nel 2014, con l’aiuto di un traduttore dall’arabo, Libero scoprì che costei glorificava regolarmente i peggiori terroristi palestinesi. Aveva assunto da pochi mesi l’incarico nella capitale italiana quando commentò la morte del 22enne Moataz Washaha, membro del Fronte popolare perla liberazione della Palestina, organizzazione terroristica d’ispirazione marxista. Accusato di avere condotto numerosi attentati, costui si era barricato sparando ai soldati israeliani con un fucile d’assalto. L’ambasciatrice era andata in pellegrinaggio alla sua casa e aveva scritto su Facebook: «Migliaia di ringraziamenti al martire Moataz, rimarrà immortale nei nostri ricordi». E così ha fatto per tanti altri, incluso colui che, prima di essere ucciso dai militari israeliani, aveva tentato di assassinare il rabbino ortodosso Yehuda Joshua Glick: «Pietà per il mille volte martire Moataz Hijazi».

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L’ultimo episodio è di pochi giorni fa. Un post pubblicato l’8 ottobre dall’ambasciatrice sulla propria pagina Facebook, per celebrare «il rilascio del combattente, uno dei capi dei prigionieri, fratello Mahmud Jabarin (Abu Halmi)», dopo trent’anni trascorsi in una prigione israeliana. «Abu Halmi è un combattente di Fatah, siamo orgogliosi di lui. Lode a Dio. Libertà per tutti i nostri prigionieri». Scritto pure questo in arabo, ad uso e consumo del suo popolo. Il leader che chiama «fratello» è un assassino, condannato nel 1988 per l’omicidio di un palestinese. Di certo non l’esemplare più brutto nel pantheon terroristico di Mai Al Kaila, che in casa sua difende la guerra e a Montecitorio è invitata per parlare di pace.

  (Libero)

 

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