Il prezzo della realpolitik

di Niram Ferretti –

L’annuncio dell’accordo tra Israele e gli Emirati Uniti rappresenta senza sfumature di dubbio un grosso successo diplomatico sia per Donald Trump che per Benjamin Netanyahu e, sotto il profilo squisitamente geopolitico, isola ulteriormente se non relegandola a una sorta di gregaria irrilevanza l’Autorità Palestinese.

Niram Ferretti

Soprattutto rafforza l’asse sunnita con Israele e Stati Uniti in funzione anti-iraniana. La reazione del “moderato” Rouhani, sono, in questo senso, emblematiche: “Il popolo oppresso della Palestina e tutte le nazioni libere del mondo non perdoneranno mai la normalizzazione delle relazioni con l’occupante e il regime criminale di Israele e complicità nei crimini del regime”.

Tutto ciò va visto in senso positivo ma, bisogna poi guardare anche il resto della questione e procedere a ulteriori considerazioni.

L’apertura degli Emirati arabi nei confronti di Israele nasce in funzione anti-sciita, quindi, sulla base di una precisa valutazione di realpolitik. Non è determinata da una accettazione maturata negli anni e sfociata nel riconoscimento della legittimità esistenziale dello Stato ebraico. Nel momento in cui il regime iraniano sarà caduto, solo allora, si potrà valutare la consistenza di questo avvicinamento.

Il prezzo che ha pagato Israele per questo risultato è alto. Ha accantonato una occasione storica, la possibilità di estendere la propria sovranità sul 30% dei terriotori in Cisgiordania. Questo prezzo da pagare è stato esplicitamente chiesto dagli Emirati arabi, per avviare le trattative. Lo ha esplicitato senza giri di parole il 12 giugno scorso, Yousef Al Otaiba, l’ambasciatore emiratino a Washington, con un pezzo pubblicato in ebraico su “Yedioth Ahronoth”.

Yousef Al Otaiba,

Lo ha ribadito in una recente intervista con il giornalista israeliano Barak Ravid, il Ministro per gli Affari Esteri degli Emirati, Anwar Garash: “Questo è un impegno a tre. Siamo sicuri che, se manterremo il nostro impegno, e gli Stati Uniti sono coinvolti, Israele manterrà il proprio impegno. Penso che abbiamo guadagnato molto tempo…Non credo che sarà una sospensione breve”

Anwar Garash

In altre parole. Il garante all’impegno preso sono gli USA, l’estensione di sovranità è rinviata sine die e che lo sia saranno proprio gli USA a garantirlo, con buona pace di Netanyahu il quale afferma che il progetto di estensione non è stato rimosso dalla scena. Donald Trump, alla vigilia delle elezioni presidenziali aveva bisogno (anche se l’incidenza di questo accordo sull’elettore americano medio è di poco peso) di un trofeo da mostrare e più di lui, Benjamin Netanyahu.

 

Per il presidente americano, questo accordo è sicuramente più spendibile a livello politico dell’avere concesso a Israele di estendere la propria sovranità in Cisgiordania. Il fatto che l’accordo abbia ricevuto il plauso anche di Joe Biden, toglie al suo avversario alle presidenziali un tema su cui attaccarlo.

Al Primo ministro israeliao in carica consente di presentarsi come uomo di dialogo e raccordo, confermando, se ce ne era ancora bisogno, la facilità con cui sa adeguarsi plasticamente alle esigenze del momento.

 

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