Il semitismo siciliano

siracusa

di Gennaro Avano –

Viaggio nel percorso storico antropologico nel Meridione ebraico in cui, negli ultimi anni, stanno riemergendo tante tracce di semitismo dimenticato che inducono a ritenere quella ebraica una cultura fondante come quella greca. Sulla base di queste scoperte tanti stanno ritrovando affezione verso una cultura che scoprono riferibile alla propria origine remota. In qualche modo, coltivare questa consapevolezza può, col tempo, creare una più solida affettività verso Israele, e di Israele verso il nostro sud.  La Sicilia.

Gennaro Avano

Questi elementi se per un verso consentono di affermare con relativa precisione che i semiti erano presenti nei centri principali dell’Isola in età Imperiale, l’esclusiva riferibilità delle iscrizioni lapidee all’età tardo antica non ci consente poi di confermare in modo esatto la tesi. Fin dalle prime pagine di Prolegomena ad una storia degli ebrei in Sicilia di Schlomo Simonsohn  si evince che le tracce materiali più remote della presenza ebraica sull’Isola sono certamente riferibili all’età romana e, con buona probabilità, specifica l’autore, persino alla romanità repubblicana, benché, aggiunga poi, si tratti di segni assai vaghi.

Schlomo Simonsohn

Per quanto concerne l’Isola dunque una delle tracce archeologiche più remote viene individuata nella  necropoli tardo-imperiale di Lipari (ME), in cui risulta abbastanza netta l’ antica fisionomia giudaica intorno alla quale si sviluppa una necropoli cristiana. Numerosi dettagli infatti ci consentono di individuare la riferibilità del sito al mondo ebraico a partire dai simboli come la palma e la menorah impressi sulla calce che saldava le tegole di copertura delle tombe.

 

Negli sviluppi successivi, sul piano ancora archeologico, un luogo sicuramente importante per l’individuazione dell’ebraismo isolano è Siracusa dove verosimilmente risiedeva la maggiore comunità siciliana.

Ivi infatti troviamo le tracce della meschita ove oggi insiste la chiesa di San Filippo. Negli ambienti ipogei della medesima infatti è collocata una vasca-pozzo con scala a chiocciola costruita evidentemente con funzione immersiva. Nel merito, altri più recenti ritrovamenti, somiglianti a quello descritto, confermano la classificazione di bagno rituale, e quella in oggetto pertanto viene con relativa sicurezza ritenuta dagli studiosi  il mikveh cittadino.

Dopo le raccolte tardoantiche di reperti solo col medioevo perveniamo ad una fase storica che offre qualche comodità sul piano documentale. Per quanto riguarda l’evo medio infatti anche le tracce materiali possono essere comprese alla luce di numerose cognizioni presenti nella raccolta epistolare di Gregorio Magno in cui sono rappresentati aspetti sociali, economici e religiosi relativi all’ebraismo.

Un rilevante incremento dell’industria ebraica è legata alla stagione del dominio islamico, una stagione che fu, peraltro, di relativa tranquillità per il semitismo isolano. Tra i carteggi raccolti alla Gheniza al Cairo emerge infatti che numerosi documenti riguardano attività ebraiche di Sicilia. Le informazioni divengono comunque più numerose in epoca normanna, periodo in cui si assiste persino a un flusso di nuovi arrivi, e anche di rientri di parte di popolazione semitica fuggita durante la persecutoria invasione bizantina.

Ingresso della Giudecca di Caltagirone

In epoca contemporanea, relativamente alla rilevanza di questo semitisno isolano si è tal volta configurata l’idea di una sua presunta debolezza culturale, in forza del fatto che nel rito non esistono tracce di una specificità Siciliana.

A mitigare questo orientamento l’osservazione del medesimo Simonsohn che ricorda come una schola siciliana sia esistita a Roma per secoli. Per incrinare ulteriormente questa tendenza dobbiamo ricordare la presenza dei grandi teosofi isolani a partire, convenzionalmente, da un intensissimo personaggio quale fu Abramo di Samuele Abulafia presente sull’Isola dal 1280.

Egli fu un teosofo cabbalista proveniente dal Sefarad che si formò a Napoli ed ebbe  appunto un impatto  rilevante in Sicilia ove i suoi testi suscitarono il maggiore interesse. Un interesse però che affonda le radici in un itinerario di sviluppo che, osservano gli studiosi esperti, trae origine da precedenti che risentono di influenze sufiste.

I luoghi di sviluppo degli studi abulafiani sono individuabili nella fascia settentrionale dell’Isola, tra Palermo e Messina, la medesima area che dopo di lui vede la presenza di  numerosi medici, traduttori di greco e arabo, osservatori e studiosi di scienze naturali.

Caltagirone

Ricordiamo perciò Al Ahdav imponente cabalista, o altri studiosi-esegeti come l’astronomo Gershom e suo figlio Abulrabi e Jacob ben Mehir Ibn Tibbon[2] i quali furono tutti riferimento di Bulfarag padre di un “certo” Flavio Mitridate.

Mitridate (Samuele di Nissim Abulfarağ, nato nel 1445 ca.) fu il maggiore epigono di Abulafia ed ebbe lo pseudonimo di Moncada, la sua opera si colloca nel novero del pensiero rinascimentale italiano ed ebbe una grande influenza sulla traditio legis di Giovanni Pico della Mirandola.

Il Museo Archeologico di Lipari

Nel 1492 con l’allontanamento della comunità ebraica o meglio, con la cessazione di una sapienza coscientemente ebraica, si interrompe una corrente culturale millenaria.

Il grave danno che avrebbe provocato questa interruzione fu subito chiaro agli intellettuali siciliani i quali si batterono contro l’espulsione degli ebrei. Nel 1487 fu persino il Parlamento siciliano che si pronunciò con viva protesta contro l’insediamento del Tribunale dell’Inquisizione sull’Isola e, nel 1492, senatori e magistrati del Regno di Sicilia inoltrarono una supplica al sovrano di Spagna affinché non avvenisse l’espulsione.

In quella circostanza storica una parte delle comunità accettò, ob torto collo, di sottoporsi al battesimo cristiano mentre la parte più rilevante della popolazione si mosse alla volta della Calabria poiché il regno di Napoli, ancora governato dal ramo Trastamara di Napoli, era favorevole sia all’accoglienza che alla permanenza.

E tuttavia quell’influenza originaria si perpetuò nei secoli, presente ancora in forme e proporzioni differenti, comunque sempre riconoscibile, procurando agli epigoni non pochi problemi e uno strascico di condanne.

(2. continua)

 

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