Il sogno del Califfato mondiale

Abu Bakr al-Baghdadi

Abu Bakr al-Baghdadi

di Giordano Stabile –

L’attacco nel cuore del potere degli ayatollah a Teheran, in parallelo con la crisi nel Qatar, porta a un nuovo livello lo scontro fra Iran e Arabia Saudita. I Pasdaran hanno subito accusato l’Arabia Saudita di «essere dietro» i raid al Parlamento e al mausoleo di Khomeini. Appena due settimane fa, al grande summit di Riad, il ministro della Difesa saudita Mohammed bin Salman aveva avvertito che era pronto a portare «la guerra all’interno dell’Iran prima che l’Iran la porti sul nostro suolo».

Giordano Stabile

I conflitti per procura che Riad e Teheran combattono in Siria e Yemen rischiano di trasferirsi sui loro territori. Bisogna distinguere però fra dichiarazioni e realtà. Il massacro di Teheran, in base alle informazioni disponibili ieri sera, è di chiara marca Isis, organizzato dal servizio esterno del Califfato, Amn al-Kharij, preparato da una sistematica opera di propaganda e infiltrazione. Riad può magari gioire di nascosto, ma non ha partecipato in maniera diretta. Una reazione scomposta di Teheran potrebbe far precipitare la crisi ed è quello che vuole il califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che si è inserito ancora una volta con perfetto tempismo nelle faglie che spaccano la regione per scatenare la violenza settaria e il caos.

Amn al-Kharij, i servizi esterni dell'Isis

Amn al-Kharij, i servizi esterni dell’Isis

Per l’ideologia salafita jihadista, che l’Isis ha portato alle estreme conseguenze, l’Iran è il nemico numero uno all’interno del mondo islamico. I «rafidi», come vengono spregiativamente definiti, sono considerati «politeisti» per il culto degli imam e dei santi, la massima degenerazione dell’islam, più disprezzabile persino delle altre fedi monoteiste, cristianesimo ed ebraismo.

Al di là dei sogni di «Califfato mondiale», il primo obiettivo strategico dell’Isis – questo sì realistico – è spezzare «l’arco sciita» che cerca di unire in continuità territoriale Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.

VISUAL COVERAGE OF SCENES OF INJURY OR DEATH French special forces policemen stand next to a victim on the sidewalk outside a cafe at the Bataclan concert hall following fatal shootings in Paris, France, November 14, 2015. REUTERS/Christian Hartmann - RTS6XDM

La strage Bourj el-Barajneh, del 2015: 43 morti

Spezzare l’arco sciita
In Libano, Siria, Iraq le milizie sciite finanziate e addestrate dai Pasdaran sono state avversarie del Califfato, sia nella sua fase di espansione che durante la controffensiva condotta da Stati Uniti, guerriglieri curdi e governi di Damasco e Baghdad. Ma se Siria e Iraq sono campi di battaglia, a Beirut l’Isis è riuscito a colpire una sola volta con forza, nel quartiere roccaforte di Hezbollah, Bourj el-Barajneh, nel novembre del 2015: 43 morti accanto all’ospedale dove venivano curati i miliziani feriti del «Partito di Dio». Una cortina di ferro lungo il confine siro-libanese ha impedito finora nuove infiltrazioni massicce, anche se è di ieri la notizia di un attentato suicida sventato, tre kamikaze che volevano farsi esplodere in un ristorante. L’Iran, fino a ieri, si era mostrato impenetrabile per «i soldati del Califfato». Questo ha portato a numerose tesi complottistiche. Commentatori e think tank filo-sauditi hanno sostenuto che ci fosse un’alleanza implicita fra gli ayatollah e lo Stato islamico, o addirittura che gli uomini in nero fossero al soldo di Teheran. Ma l’Isis è sempre stato molto chiaro sul dovere dei «veri musulmani» di uccidere i miscredenti sciiti, distruggere le loro moschee e santuari e abbattere la Repubblica islamica. L’hanno fatto in Siria e Iraq, si sono trovati davanti a un muro quando si è trattato di colpire al «cuore dell’Impero del male».

isis-lista-database-nomiLa propaganda
Un’altra tesi, più convincente, è che i dirigenti dell’Isis abbiano deciso di scatenare una provocazione di questo livello adesso perché il Califfato è agli sgoccioli in Iraq e solo una violenta reazione settaria dell’Iran può spingere le masse sunnite a schierarsi di nuovo con il califfo. In effetti la propaganda contro l’Iran, per la prima volta massicciamente in lingua farsi, è esplosa nelle ultime settimane. È di due giorni fa un video di propaganda indirizzato all’Iran. Tre combattenti, uno di etnia iraniana, uno della regione araba del Sud-Ovest, e uno della zona del Balucistan, minacciano attentati, mostrano una moschea sciita distrutta, promettono «di non perdere una sola occasione per spargere il sangue degli sciiti».

rumiyah-11Un mese fa, nell’ultimo numero del mensile Rumiyah era apparso un lungo articolo sull’eresia «duodecimana», la corrente dello sciismo praticata in Iran, con immagini delle cerimonie per la festa dell’Ashura, considerate blasfeme, e il culto degli imam e dei loro santuari, e una foto anche del mausoleo di Khomeini a Teheran, colpito ieri. Alla luce di quanto poi successo possiamo considerare il numero del mensile un programma degli attacchi del Ramadan, seguito alla lettera dai seguaci del califfo, compreso il suggerimento di concludere le azioni con «la presa di ostaggi».
Resta da capire come la cellula di Teheran sia penetrata nel cuore del potere sciita. Il controllo delle frontiere è rigido, quello poliziesco all’interno è asfissiante. Le uniche «porte di accesso» sono le minoranze che vivono ai confini della repubblica islamica, quasi tutte di fede sunnita. Per questo il video che ha preceduto l’attacco fa parlare loro esponenti.

weqL’Iran confina con l’Afghanistan dei nemici taleban e ospita a Est piccole comunità pashtun, a Sud-Est c’è il Balucistan, dove è attivo il gruppo terrorista sunnita dei Jandullah, a Sud-Ovest, nel Khuzestan, c’è una grossa minoranza araba, già sfruttata da Saddam durante la guerra Iraq-Iran.

Nel video diffuso dai terroristi che hanno attaccato il Parlamento si sentono parlare in arabo due persone, una con accento iracheno o siriano, l’altra probabilmente di madre lingua farsi. Pronunciano frasi copiate parola per parola da un discorso dell’ex portavoce Mohammed al-Adnani del 2011, un’ulteriore firma dell’Isis: «Siamo qui per rimanere, a Dio piacendo».

(La Stampa)

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