Il “traditore”

Eliezer «Eli» Sherbatov

di Roberto Gotta

La notizia, prima di tutto. Anzi, LA notizia: Eliezer «Eli» Sherbatov, 28 anni, capitano della nazionale israeliana di hockey su ghiaccio, ha firmato un contratto con la squadra di Auschwitz, la cittadina che con la vicina Birkenau ospitò durante la Seconda Guerra Mondiale il campo di concentramento nazista nel quale morì oltre un milione di persone, di cui oltre 950.000 ebrei.

Auschwitz dopo l’occupazione tedesca tornò a chiamarsi Oswiecim e ad essere una città gradevole, con bei monumenti e una storia ricca, ma senza poter mai sfuggire alla sua tremenda reputazione. Ecco perché la notizia è stata accolta con reazioni molto forti, e non poteva che essere così.

Sentimento principale, lo sdegno. Ad esempio di Elchanan Poupko, rabbino cioé studioso e insegnante di tradizione religiosa e legge, presidente di un’associazione di New York che riunisce gli americani di origine ebraica. Sul suo profilo Twitter, che ha peraltro solo 930 follower, Poupko è stato diretto: «Non avrei mai pensato di dover dire queste parole, ma un ebreo che giochi in una squadra di Auschwitz è tradimento, una mancanza di rispetto alla nostra gente e una pugnalata alla schiena a milioni di persone.

Ci sono tantissime squadre di hockey, Sherbatov, trovatene un’altra». In più, considerazioni molto decise su Oswiecim («chiunque ci viva oggi è colpevole»), con reazione molto netta del sindaco della città e successiva lettera di spiegazione di Poupko a Michael Schudrich, rabbino capo polacco. Non bisogna dimenticare che secondo una legge polacca approvata nel 2018 è un crimine associare il nome della nazione all’Olocausto, per cui il chiarimento è stato tempestivo e opportuno.

E comunque un’altra squadra magari c’era, ma il TH (Towarzystwo Hokejowe, club di hockey) Unia Oswiecim, colori biancazzurri come la bandiera israeliana, è una delle più importanti della lega polacca, la Polska Hokej Liga, che ha vinto 8 volte di cui 5 consecutive tra 2000 e 2004. E lo stesso Sherbatov ha preso molto sul serio il compito: «La gente qui è felice che un ebreo israeliano indossi la maglia del club.

E voglio contribuire a non far dimenticare l’Olocausto». Sherbatov non è una scelta creata per fare notizia, altrimenti del contratto, firmato il 29 giugno con tanto di annuncio sul sito del club, si sarebbe saputo molto prima: è cresciuto in Canada, dove alla famiglia venne concesso il permesso di soggiorno quando il padre disse di voler fare del piccolo Eli il «nuovo Guy Lafleur», il grande giocatore degli anni Settanta-Ottanta, ed è stato il primo israeliano a giocare nella KHL, la forte lega che riunisce squadre russe, bielorusse, finlandesi, kazake, lettoni e cinesi.

 (Giornale)

 

 

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