Israele, l’Ambasciata e la lezione di Begin

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di Yaakov Katz

Era il dicembre del 1981, “ricco” di dolore (alcune settimane prima era scivolato e e si era frantumato l’ anca e dopo una  lunga degenza  era finalmente tornato a casa, anche se ancora limitato ad una sedia a rotelle)
Menachem Begin era seduto nello studio della sua residenza ufficiale a Gerusalemme e rifletteva e studiava sul difficile momento che viveva Israele.

Yaakov Katz

Yaakov Katz

La regione era in subbuglio: Anwar Sadat, il presidente egiziano che aveva raggiunto un accordo di pace storico con Begin, era stato assassinato due mesi prima; gli insediamenti israeliani finali nel Sinai era stato programmato che venissero evacuati entro quattro mesi; La Siria aveva preso col Libano e colloqui di pace con i palestinesi erano ad un punto morto.

Gli americani e sovietici erano preoccupati della crescente instabilità in Europa orientale. Il regime comunista aveva imposto la legge marziale in Polonia per sopprimere le forze pro-democratiche, e con il Natale alle porte, il mondo era già pronto a partire per andare in vacanza.

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Menachem Begin

Nonostante il dolore fisico, la mente di Begin era lucida, cristallina. Chiamò Aryeh Naor e gli disse di chiamare immediatamente il capo del Mossad Yitzhak Hofi, ministro della giustizia Moshe Nissim e il procuratore generale Yitzhak Zamir per una riunione di emergenza a casa sua. “Voglio applicare il diritto di Israele sulle alture del Golan,” Begin disse al gruppo riunito. “Che cosa ne pensate?” Tutti vennero presi di sorpresa.

Arye Naor

Aryeh Naor

“Il mondo, aggiunse, sarebbe stato sconvolto dall’iniziativa ma, in quei giorni era occupato in altre faccende e alla fine vi avrebbe destinato poca attenzione.
Il gruppo convenne sul da farsi. Begin ordinò Nissim e Zamir di iniziare la stesura della legislazione necessaria (i due lavorarono per tutta la notte) mentre Naor convocò il gabinetto per la mattina seguente, sempre a casa di a Begin. Non ci volle molto: dopo appena 90 minuti di dibattito, il gabinetto approvò il disegno di legge di annessione.
Pochi minuti dopo, Begin ei suoi ministri erano in viaggio verso la Knesset, dove (prendendo totalmente di sorpresa l’opposizione) e in sole tre letture successive venne approvata la legge. E così, in meno di 24 ore, le alture del Golan erano state allegate.

Sharon e Begin

Sharon e Begin

Quando recentemente ho parlato con Naor ricordava ancora di essere stato del tutto sorpreso dalla richiesta di Begin. Sì, egli ricordava, Begin era sotto la pressione: i coloni, la destra, il problema-Sinai.  Nessuno neanche pensava all’annessione del Golan a venire. Ma Begin presi in contropiede tutti, e l’operazione riuscì proprio giocando sul fattore –sorpresa. “Riuscì proprio perché fu uno shock per tutti noi…”

Mi sono ricordato di questa storia per l’atteggiamento ed i salti di gioia, di alcuni politici israeliani alla notizia che il presidente Donald Trump potrebbe spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Per alcuni, addirittura,  sembra che l’ubicazione dell’ambasciata degli Stati Uniti è la questione più importante oggi è nell’agenda israelo-americano.

Menachem Begin, Jimmy Carter e Anwar Sadat

Menachem Begin, Jimmy Carter e Anwar Sadat

Il ministro del Likud Ze’ev Elkin, per esempio, ha elogiato l’amministrazione Trump per aver mantenuto (anche se non è ancora certo) la promessa lanciata nella campagna elettorale  e il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat ha annunciato che era già in trattative con la Casa Bianca per il trasferimento.

Ma ora, la situazione, sembra stia per cambiare. Il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha detto che ancora non è stata nessuna decisione definitiva. “Se cos’ non fosse non si starebbero analizzando tutte le soluzioni con i pro ed i contro di una tale iniziativa” ha detto Spicer.

Sean Spicer

Sean Spicer

E non è certo un caso un caso che il giorno prima, il Presidente dell’Autorità palestinese e il re giordano Abdullah si erano incontrati ad Amman per coordinare gli sforzi per affossare il trasferimento. Anche altri paesi arabi stanno lavorando dietro le quinte per evitare che l’operazione ambasciata vada in porto (la interpretano come una flagrante violazione dello status quo necessario per garantire gli Stati Uniti come un mediatore onesto e oggettivo nel processo di pace).

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Rudy Giuliani

L’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, stretto consigliere di Trump, ha detto di The Jerusalem Post   che,  “ora che Trump è in carica, ci sono molti più fatti, argomenti e persone che deve consultare prima di prendere una decisione definitiva sulla vicenda Ambasciata”.

Non so se Trump sia mai stato davvero convinto di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, o se stesse facendo quello che molti dei suoi predecessori avevano fatto prima di lui – fare una promessa elettorale che non sarebbe mai essere mantenuta. In entrambi i casi, l’atteggiamento israeliano non l’ha certo aiutare. Festeggiare il trasferimento a Gerusalemme è strategicamente sbagliato. Si doveva fare il contrario.

Menachem Begin

Menachem Begin

Questi politici non sono riusciti a ricordare ciò che Begin ha fatto con il Golan. Lui non fece annunci, non celebrò alcun movimento, non parlò con stampa e televisioni. Non cercava consensi all’interno del suo partito o nell’elettorato. Sino all’ultimo momento nessuno sapeva niente: e così, come detto, alla Knesset  in tre voti rapidi, venne approvata l’annessione del Golan. Begin aveva scelto la strategia giusta puntando sulla sorpresa, tutto avvenne rapidamente e silenziosamente.

Questo significa che Trump non trasferirà l’ambasciata? Non lo so. Da un lato, si tratta di una grave ingiustizia che il mondo rifiuti di riconoscere i diritti di sovranità di Israele sulla sua capitale. Gerusalemme è stata il cuore della nazione ebraica per tremila anni, e non c’è davvero alcun motivo che  a Gerusalemme ovest non possa esservi l’ambasciata Usa.

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Benjamin Netanyahu

D’altra parte, ci sono problemi più importanti per i quali Israele deve lavorare a stretto contatto con gli Stati Uniti. L’accordo sull’Iran, la guerra civile in corso in Siria, il conflitto con i palestinesi e la battaglia contro Isis sono tutti temi di grande importanza strategica. Mentre la posizione dell’ambasciata è certo importante ma, soprattutto, in gran parte simbolica.

Sarà interessante vedere ora è ciò che il primo ministro Benjamin Netanyahu dirà a Trump quando si incontrano alla Casa Bianca il mese prossimo. Nel corso degli ultimi anni, Netanyahu è riuscita a sviluppare forti legami con gli Stati arabi del Golfo Persico, in particolare l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. E questi legami sono fondamentali oggi per Israele. Vale la pena rischiare tutto questo per una modifica del codice di avviamento postale? Vedremo.

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