Il valore aggiunto dell’amicizia con gli Usa

Prime Minister of Australia Tony Abbott (left) meets with Prime Minister Benjamin Netanyahu

L’ex  primo ministro australiano Tony Abbott con Benjamin Netanyahu al World Economic Forum

di Herb Keinon

C’è un vecchio saggio adagio che dice “La strada per Washington attraversa Gerusalemme…” E mai un vecchio detto aveva più ragione di questo. Già, perché la verità è che da sempre per Israele avere uno stretto rapporto di amicizia e di collaborazione non è stato solo importante ma addirittura determinante.

Herb Keinon

Herb Keinon

Per esempio, quando la cortina di ferro crollò, nel 1989, una delle ragioni per cui molti dei paesi dell’Europa centrale e orientale che uscivano dall’ombra dell’Unione Sovietica cercarono e stabilirono un nuovo rapporto e stretti legami con Israele fu proprio la diffusa convinzione che tutto questo avrebbe in qualche modo facilitato, aiutato ad aprire una linea di fiducia anche con l’America. Questo è stato uno dei fattori principali, per esempio, dietro lo sviluppo di strette relazioni nel 1990 con maggioranza musulmana Azerbaigian e Kazakistan.

Insomma Israele veniva usato come mezzo per raggiungere la politica di Washington o, quanto meno, di vivere politicamente di luce riflessa. Israele si trovava al centro di una serie di relazioni diplomatiche, costituiva un punto di contatto importante.

Obama e Netanyahu

Netanyahu e Obama

Ma poi otto anni fa arrivò Barack Obama e tutto cambio per Tel Aviv nello scenario internazionale. Il primo, immediato, effetto della politica dell’ex presidente democratico fu quello di “isolare” in qualche modo Israele, di rimarcare tutte le distanze e di allentare la percezione, che sino ad allora tutti avevano, che gli israeliani erano uno “dei figli preferiti di Washington”.

Certo, Gerusalemme aveva ancora molti amici a Capitol Hill, legami solidi e forti non si persero, ma le porte alla Casa Bianca Obama non si aprivano facilmente per Netanyahu. Anzi. Ed dal canto suo Israele aveva perso quello status di Paese beniamino della Casa Bianca che fino ad allora le aveva consentito di essere una forte attrattiva per molti altri Paesi.

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Benjamin e Sara Netanyahu e DOnald e Melania Trump

Ma ora le cose, sono nuovamente cambiate. Anzi vanno meglio di prima dell’era Obama. La conferenza stampa Trump-Netanyahu ha palestato a tutto il mondo che rapporti fra Usa e Israele sono di nuovo molto ma molto amichevoli, il presidente degli Stati Uniti ha ribadito che è cambiato il clima e che gli israeliani rappresentano “un alleato dal quale non si può presicndere”

E così, mentre alcuni nella comunità ebraica degli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione e qualche perplessità per Netanyahu che sembra essere “legato a a doppi filo” ad un presidente che molto diviso negli Stati Uniti, ovviamente, il primo ministro israeliano ha riacquistato in pieno quel valore aggiunto nel relativo trattare con i paesi che non godono di un così stretto rapporto con il leader americano, ma che ambirebbero ad averlo. In poche parole ora Israele si ritrova di nuovo in auge: soprattutto nei paesi asiatici, africani e latino-americani, sono desiderosi di espandere i legami con Tel Aviv. “ E sapete quali sono le prime cose che ci chiedono? – ha detto il primo ministro Netanyahu –  ci chiedono aiuto su tecnologia e su come contrastare il terrorismo. Ci chiedono una scorciatoia rispetto ai grandi ritardi che hanno…”
Tecnologia e terrorismo: da Singapore al Ruanda, dalla Colombia al Kazakistan, questi due “T” sono molto richieste. E, in effetti, la tecnologia e l’esperienza vantata nel combattere il terrorismo da parte di Israele sarà all’ordine del giorno anche nell’attuale viaggio a Singapore e in Australia. Anzi c’è di più. Alle due T se n’è aggiunta una terza. Donald Trump.

 

 

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