Lia Levi: “Sui diritti, e non solo
Israele ha una marcia in più”

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di Claudio Finelli –

 Lia Levi è una delle scrittrici e delle intellettuali più interessanti del panorama letterario italiano. Nata in una famiglia piemontese di origine ebraica, la Levi da bambina ha dovuto affrontare i problemi della guerra e della persecuzione razziale.

Riuscì a salvarsi dalle deportazioni nascondendosi con le sue sorelle in un collegio romano. Il suo romanzo “Una bambina e basta”, pubblicato nel 1994, è diventato un testo cult della letteratura  per adolescenti ed è stato adottato in diverse scuole perché racconta le persecuzioni dei bambini ebrei in Italia.

Claudio Finelli

Claudio Finelli

Incontriamo Lia Levi alla Fiera della piccola e media editoria di Roma, durante un incontro che la vede protagonista e inauguriamo con lei una rubrica dedicata ad interviste che abbiano uno sguardo particolare sul rispetto dei diritti delle minoranze in Israele.

Lia, Israele è un Paese davvero aperto ai diritti delle minoranze? “Certamente, perché Israele è un Paese che ha una marcia in più ed una vitalità in più. D’altronde in Israele, a Tel Aviv, si svolge uno dei Pride più importanti del mondo. Israele è un Paese estremamente creativo perché la creatività serve anche alla sopravvivenza. Per sopravvivere bisogna essere sempre allerta e questo favorisce la creatività e l’apertura agli altri. D’altronde, la creatività si manifesta anche nei primati tecnologici di Israele. Poi, ovviamente, nonostante l’esplosiva creatività e vitalità, i problemi restano”.

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Quali problemi? “Ovviamente, l’eterno problema dei trattati con i palestinesi. Io non ho sentito nessuno che abbia proposto una soluzione reale, né tra i politici né tra gli intellettuali. Rimangono parole astratte e vuote. Tutti diciamo che vogliamo la pace però nessuno che fornisca una soluzione concreta. Certamente l’idea di creare uno Stato Palestinese mi sembra impraticabile e ingiusta, quella di uno stato binazionale è un’idea folle”.

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Cosa rispondi a quelli che pensano ad Israele come ad un Paese di fondamentalisti religiosi? “Le minoranze che hanno posizioni fondamentaliste ci sono ma sono, appunto, delle minoranze e anche in termini politici hanno un peso relativo. La verità è che un Paese e un popolo che è sempre stato “diverso” non può non sentire i diritti e i bisogni dell’altro perché si è strutturato così. Non è un caso che oggi i giovani non ebrei vadano in Israele anche per realizzarsi professionalmente. È un Paese che ha una grande forza vitale che nasce dalla sopravvivenza e dall’intelligenza, cioè dall’uso necessitato dell’intelligenza per sopravvivere.”

Tu sei una grande narratrice. Quali sono i tuoi punti di riferimento nella letteratura contemporanea israeliana? “La letteratura israeliana è a un altissimo livello, spesso in odore di Nobel. Amos Oz resta un mio punto di riferimento, sia come scrittore che come pensatore. Adesso mi piace molto anche Keret ma è un altro genere di letteratura”.

 

 

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