Iran e Turchia
Ecco il nuovo imperialismo

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan con il presidente iraniano Hassan Rouhani durante la conferenza stampa congiunta dopo il loro incontro a Teheran lo scorso 4 ottobre

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan con il presidente iraniano Hassan Rouhani

di Simon A. Waldman –

E’ in corso una spartizione del Medio Oriente arabo in sfere di influenza da parte di potenze imperiali alla caccia di prestigio internazionale e bramose di appropriarsi delle risorse energetiche della regione e della sua posizione geo-strategica. Il resoconto può suonare familiare, ma questa volta non si tratta di Gran Bretagna, Francia o Stati Uniti, quanto piuttosto di Iran e Turchia, entrambi stati non arabi con un passato imperiale e desiderosi di riaffermare il proprio dominio.

Simon A. Waldman

Simon A. Waldman

Sono passati cento anni dalla Dichiarazione di Balfour, la lettera del 1917 con cui la Gran Bretagna, e poi la Società delle Nazioni, sostennero una sede nazionale ebraica in Terra d’Israele/Palestina. La Balfour costituì un tentativo da parte di Londra di alterare l’accordo Sykes-Picot del 1916 che mirava a stabilire le sfere d’influenza britanniche e francesi in Medio Oriente, con la Francia che avrebbe controllato quelli che oggi sono Siria e Libano e la Gran Bretagna quelli che oggi sono Iraq e Giordania. La Palestina/Terra d’Israele sarebbe rimasta sotto controllo internazionale.

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Ma dopo aver investito tempo, uomini e risorse nel teatro mediorientale della prima guerra mondiale, la Gran Bretagna mal sopportava la quota attribuita alla Francia. Londra reclamava sia Mosul, la regione petrolifera nel nord dell’Iraq, sia la Palestina con la città santa di Gerusalemme perché facesse da zona cuscinetto rispetto al canale di Suez e alla via di comunicazione verso il gioiello dell’Impero britannico, l’India.

La Dichiarazione Balfour aprì la strada al Mandato Britannico sulla Palestina, che Londra mantenne fino a quando non venne dichiarato lo stato d’Israele nel maggio 1948, sei mesi dopo la risoluzione delle Nazioni Unite che raccomandava la spartizione del Mandato fra ebrei e arabi. La guerra arabo-israeliana che fece seguito all’attacco degli stati arabi costò la vita all’1% della popolazione del nascente stato ebraico e portò alla dispersione di gran parte del popolo palestinese.

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Ma tutto questo avveniva a quell’epoca. Oggi, con il beneplacito della Russia, sono l’Iran e la Turchia che cercano di dominare il mondo arabo, e per le stesse ragioni che animavano Gran Bretagna e Francia: energia, interessi geo-strategici, commercio e il buon vecchio prestigio.

Successore dell’Impero Ottomano, la Turchia si considera una potenza globale. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha recentemente detto che le Nazioni Unite hanno bisogno di riforme strutturali giacché il mondo è più vasto dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, e ha aggiunto che Istanbul dovrebbe essere una delle sedi delle Nazioni Unite.

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La Turchia tenta di affermare la sua influenza sulla regione ad ogni tornante: Ankara ha istituito una base militare in Qatar, è intervenuta in Siria e cerca di immischiarsi in quasi tutti gli sviluppi regionali come la crisi del Golfo, il referendum curdo-iracheno e il processo di pace israelo-palestinese. Sono in gioco anche importanti interessi economici.

 

Da quando, nel 2002, è salito al potere il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), la Turchia ha cercato di incrementare i suoi rapporti commerciali e d’affari con il Medio Oriente.

Attualmente Ankara vuole portare il volume di scambi tra Turchia e mondo arabo a 70 miliardi di dollari, un forte aumento rispetto ai 9 miliardi di dollari del 2003. Sopita nella psiche imperiale della Turchia sin dalla fine della prima guerra mondiale c’è la questione di Mosul, che Ankara rivendicava come proprio territorio.

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Sebbene un arbitrato internazionale abbia stabilito che la provincia fa parte dell’Iraq, sono molti i cittadini turchi che considerano Mosul a buon diritto turca. Negli ultimi anni Ankara ha sostenuto Masoud Barzani, capo del Governo Regionale del Kurdistan iracheno (KRG), come una succedaneo locale, usandolo per aggiudicarsi lucrativi progetti su energia e costruzioni.

Ankara ha poi adottato il classico gioco imperiale del divide et impera passando all’alleanza con Baghdad dopo il referendum indipendentista curdo, ed è stata ricompensata da Baghdad con la promessa di riaprire l’oleodotto verso la Turchia. Nel frattempo la Turchia è intervenuta due volte in Siria, stabilendo una presenza nel nord del paese.

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Anche l’Iran ha una lunga storia imperiale che si estende dall’antico impero achemenide alla dinastia Qajar, poi sostituita dalla moderna dinastia degli scià Pahlavi. A partire dalla rivoluzione islamista del 1979, l’Iran ha affrontato grandi sacrifici interni come sanzioni, povertà, isolamento ed enormi perdite di vite umane per conquistare una grandeur imperiale: compresa la fatale decisione dell’ayatollah Khomeini di respingere nel 1980 l’offerta di tregua di Saddam Hussein col risultato di prolungare la guerra Iran-Iraq per altri otto anni nella speranza di acquisire territorio al costo di oltre un milione di vite umane.

L’Iran ha sfruttato le divisioni settarie negli stati vicini seminando i semi della discordia e sponsorizzando militanti sciiti in paesi tanto distanti quanto possono esserlo il Libano e lo Yemen nel tentativo di ritagliarsi una “mezzaluna” di supremazia iraniana nella regione.

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Nonostante le severe sanzioni, Teheran ha investito miliardi di dollari per costruire armi balistiche intercontinentali, sviluppare energia nucleare e sponsorizzare gruppi armati regionali come Hezbollah e Hamas, che sono riusciti a creare degli stati finanziati dall’Iran all’interno di altri stati. L’Iran è riuscito a imporre ulteriormente la sua sfera di dominio sponsorizzando milizie paramilitari sciite in Iraq e condizionando il governo di Baghdad. In Siria, Teheran è riuscita ad affermare la propria influenza sostenendo Hezbollah e il regime di Bashar al-Assad con il suo abuso di armi chimiche, il tutto all’insegna del processo di Astana: il tentativo di apporre un sigillo d’approvazione internazionale non diverso da quello delle conferenze di pace dopo la prima guerra mondiale che legittimarono il controllo della Gran Bretagna e della Francia sulla regione.

Allora erano le potenze imperiali di Gran Bretagna e Francia che plasmavano il Medio Oriente. Oggi, cento anni dopo Sykes-Picot e la Dichiarazione Balfour, sono l’Iran e la Turchia che cercano di rimpiazzarle.

(Ha’aretz,Israelenet)

 

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