Iran sempre più solo
Che cosa cambia in MO
il piano di Pace di Trump

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di Fiamma Nirenstein –

Martedì alla Casa Bianca il presidente Trump e Benjamin Netanyahu hanno festeggiato una rivoluzione storica nell’idea di pace in Medio Oriente; da ieri, dopo l’entusiasmo, comincia il lavorio, il che fare, i dissensi. Una commissione congiunta studia quando e come debba essere realizzato l’accordo, la destra israeliana protesta e così parte della sinistra, ambedue sostengono che lo scopo dei due protagonisti sia elettorale; mentre per alcune ore è sembrato che l’annessione della Valle del Giordano dovesse esser immediata, adesso la prudenza rallenta le mosse di Israele.

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Netanyahu è volato con tutti i giornalisti e il suo gruppo a Mosca certo per discutere con Putin la novità, ma anche a riprendere sul suo aereo la giovane Na’ama Issacharov che, oggi, dopo essere stata condannata a sette anni perché aveva in valigia 90 grammi di marijuana sarà finalmente graziata. Quindi sarà per Bibi un ritorno coronato da due grandi successi, mentre in questi giorni dopo il suon rifiuto della immunità parlamentare è stato ufficialmente incriminato.

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Abu Mazen, Netanyahu, Trump

L’opposizione di Abu Mazen, urlata e amplificata dall’invito a Hamas e alla Jihad islamica a Ramallah, sembra smorzata.

Rallenta per ora il rogo di bandiere e di foto di Trump, sia perché alla fine può avvantaggiarsene solo Hamas, e a causa dell’Arabia Saudita, Baharain, Emirati, Oman e a modo suo anche dell’Egitto, che hanno dichiarato rispetto e sostegno per il tentativo di pace e sono disposti a sostenerlo. Forse, anche, anche alla Muqata’a si comincia a leggere meglio il progetto.

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Trump rivoluziona il concetto base delle trattative fallite: “Pace in cambio di terra”. La formula, dal 1948, al ‘67, fino a Oslo nel ’93, a Camp David nel 2000 e Annapolis nel 2007, ha visto solo rifiuti, concessioni sempre più larghe, e, piuttosto continui rilanci terroristici, fino alla terribile Intifada e poi allo sgombero di Gaza nel 2005. La terra sgomberata nell’West Bank e poi a Gaza è diventata base dell’incitamento e di ondate terroriste. Trump riconoscerà uno Stato palestinese cui attribuisce il doppio dello spazio attuale, a Gerusalemme Est capitale palestinese stabilirà l’Ambasciata americana. Sancisce che nessuno sarà sgomberato dalla sua casa, né ebrei né palestinesi.

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I Territori non saranno destinati allo sgombero come stabiliscono i vecchi piani. Al primo posto, come del resto anche l’ONU stabilisce, il riconoscimento della necessità di una ignorata sicurezza Israeliana, che vuol dire Valle del Giordano (e come altrimenti, visto che divide dalla Giordania, e poi dalla Siria, dall’Iraq, fino all’Iran) e delle zone del West Bank della Giudea e della Samaria, a salvaguardia del corrugamento costale dove si trovano tutte le città israeliane.

Questa annessione Trump intende ricompensarla con la cessione di una zona agricola importante (gli abitanti ebrei sono in agitazione) del sud, e con la cessione anche del Triangolo di Wadi Ara, israeliano anche se la maggioranza dei cittadini è palestinese. Infine 80 miliardi di dollari sono la somma in investimenti che potrebbe lanciare la nuova Palestina. Ma Trump chiede in modo fondamentale e tassativo di smontare la macchina di propaganda e di finanziamento del terrorismo, con lo smantellamento di Hamas e un’unica Autorità palestinese che lavori per costruire, finalmente, un vero Stato nel giro di quattro anni.

Hamas rifiuta il Piano di pace di Trump

Il piano promette contiguità, ma gli sta a cuore la sicurezza di Israele e anche il rifiuto dell’idea di origine sovietica che gli ebrei siano usurpatori di una terra altrui: non è così, essi sono indigeni tornati nella culla della loro storia.

Questo dice il piano di Trump, e dalla spartizione del 1948 che tutto questo avrebbe potuto essere detto. Allora, cinque eserciti arabi assalirono Israele. Stavolta, i Paesi Moderati non sembrano disposti a farlo. L’Iran è isolato nella condanna feroce.

 

  (Giornale)

 

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Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein

Giornalista