Israele, il demone
La pantomima di Torino

Apartheid in Israele slogan o realtà l'evento nell'Aula Magna del Campus Luigi Einaudi

di Niram Ferretti e Emanuel Segre Amar

Abbiamo già dato conto di come all’Università di Torino, il Dipartimento di Giurisprudenza, abbia aperto le porte, nel contesto dell’ennesimo convegno contro Israele, (ormai si tratta di una vera e propria catena di montaggio) a Richard Falk. Falk, professore di legge internazionale all’Università di Princeton, e per sei anni relatore speciale alle Nazioni Unite per la “situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967” (definizione ONU che assegna di fatto i territori contesi della Cisgiordania ai palestinesi in assoluto spregio del loro effettivo statuto), è anche un attivista di estrema sinistra che non ha mai fatto mistero della sua persuasione che il principale agente del male nel mondo siano gli USA, seguiti a ruota da Israele. In questo, gode della compagnia di un altro e più celebre accademico, Noam Chomsky. 

Niram Ferretti 3

Niram Ferretti

Emanuel Segre Amar

Emanuel Segre Amar

Come Chomsky, anche Falk ha un debole per le figure sinistre e i regimi antidemocratici. Si ricorda ancora ciò che scrisse  di Khomeini nel 1979, in un pezzo  apparso sul New York Times  in cui incoraggiava l’allora presidente Jimmy Carter ad abbracciare la rivoluzione islamica.

“Il ritratto di Khomeini come un fanatico reazionario portatore di grossolani pregiudizi è sicuramente falso”, scriveva all’epoca. Sempre nello stesso articolo aggiungeva che “I suoi consiglieri più stretti sono individui moderati e progressisti…i quali condividono un rilevante storia di dedizione ai diritti umani”.

Jimmy Carter a Khomeini

Jimmy Carter e Ruḥollāh Khomeynī

Più recentemente, Falk ebbe a definire gli attentati islamici di Boston una diretta conseguenza del “progetto di dominazione globale americano”. Non c’è dunque da meravigliarsi se lo si trova a fare parte della setta dei cospirazionisti, i quali vedono nell’11 settembre una messinscena orchestrata dagli Stati Uniti con la complicità del Mossad.

Ed è Israele, la seconda grande bestia nera di questo estremista, che Steven Plaut in un suo memorabile pezzo su Frontpage Magazine del 2009, definì “Il maestro americano dell’inversione orwelliana”.

Richard Falk

Richard Falk

Per Falk, se è possibile, Israele è anche peggio degli Stati Uniti. Non ha avuto infatti alcuna remora ad accusare lo Stato ebraico di praticare politiche naziste nei confronti dei palestinesi riproponendo uno degli stigmi più ferocemente antiebraici contro gli israeliani, quello di associarli ai loro carnefici. “E’ una esagerazione irresponsabile associare il trattamento dei palestinesi con la storia dei crimini collettivi nazisti? Io non penso”, scrisse.

L’esaltazione estremistica di Falk non gli ha impedito di affermare che Israele coltivi tendenze genocidiarie e che “l’indifferenza della comunità internazionale” alla situazione di emergenza a Gaza sia peggiore a quella che essa ebbe nei confronti del Ruwanda. Naturalmente, Israele ha preso le contromisure nei suoi confronti. Dal 2008 gli è stato revocato l’ingresso nel paese.

Il radicalismo di Falk è tale che nel 2017, persino l’ONU fece rimuovere dal proprio sito il rapporto per l’ESCWA (Commissione delle Nazioni Unite per gli affari Economici e Sociali dell’Asia Occidentale) a cui aveva collaborato e in cui Israele  veniva  definito uno Stato in cui si praticherebbe l’apartheid. Questo essendo il cavallo di battaglia di Falk, o meglio, la sua ossessione.

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Moni Ovadia

All’Università di Torino, tutte queste sono ottime credenziali per invitarlo a parlare davanti agli studenti. Il rapporto per l’ESCWA è stato persino tradotto in italiano a cura del collettivo Progetto Palestina, con amorevole prefazione del menestrello ebreo del palestinismo italiano, l’attore Moni Ovadi.

Noam Chomsky.

Noam Chomsky

Già nel marzo del 2017 nell’Università di Torino si “dibatté”, o meglio si  accusò Israele di apartheid, e di nuovo nel gennaio di quest’anno (con l’intervento, tra gli altri, di due sudafricani di cui uno attivista del BDS).

Ma giovedì 3 maggio, per Richard Falk e sua moglie Hilal Elver insieme a una serie di docenti “esperti” si è addirittura  concessa l’aula magna, attirando gli studenti di Giurisprudenza con la possibilità di ottenere 3 nuovi crediti (senza che vi fosse nemmeno un minimo controllo sulla loro effettiva presenza) .

Richard Falk e sua moglie Hilal Elver

Richard Falk e sua moglie Hilal Elver

Falk  ha così potuto raccontare che ebrei e palestinesi appartengono a diversi “gruppi razziali”, e i secondi non avrebbero il “diritto di nazionalità” (ci sono 1,600,000 arabi israeliani in Israele), che i palestinesi di Gerusalemme Est sono “discriminati” (sono tutti residenti permanenti dotati di passaporto giordano a cui pochissimi sono disposti a riunciare) mentre i 460,000 arabi abitanti nella West Bank sarebbero vittime di tutti gli atti inumani contemplati dalle Convenzioni escluso al momento quello di genocidio (questo è riservato a Gaza).

Palestinesi camminano lungo il muro che separa Cisgiordania da Gerusalemm

Palestinesi camminano lungo il muro che separa Cisgiordania da Gerusalemm

Peccato che la maggioranza dei palestinesi abitanti in Cisgiordania dimori nelle aree A e B, la prima interamente sotto la supervisione dall’Autorità Palestinese, la seconda amministrata civilmente dall’Autorità Palestinese ma ad  amministrazione congiunta relativamente alla sicurezza. Che Falk voglia affermare che l’Autorità Palestinese commetta crimini contro il proprio stesso popolo? Giammai.

Si è poi appreso che i rifugiati nei paesi limitrofi e in giro per il mondo, non potendo tornare nelle loro case a differenza degli ebrei della diaspora, dimostrano quanto siano giustificate le accuse di apartheid. Naturalmente, non viene detto che ad oggi, grazie alla prassi dell’UNRWA di estendere lo statuto di rifugiati a tutti i discendenti dei profughi del 1948 che oggi ammontano a più di cinque milioni, il loro ingresso in massa in Israele, secondo i desiderata dell’OLP, di Hamas, dell’Autorità Palestinese e, ovviamente, del docente di Princeton, sancirebbe la fine di Israele come stato a maggioranza ebraica. A questo scopo è necessario che i palestinesi esercitino tutta la possibile pressione, in qauli forme esatte, Falk non lo specifica, ma ogni buon intenditor saprà cogliere ciò che è sottinteso.

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Il convegno dell’Università di Torino sull’apartheid

Il convegno è stato aperto con le parole di Eliana Ochse che già il 17 gennaio illustrò, allora agli studenti di un altro dipartimento, il significato dell’apartheid (in afrikaan: separazione) e come venne applicato in Sudafrica; la relatrice si è però, ancora una volta, dichiarata non esperta di politica internazionale, pur essendo convinta che “la situazione in Israele sia ancor più complessa”. Si è quindi  proseguito parlando di “gruppi razziali” a studenti ai quali si dovrebbe insegnare che il concetto di “razza” non è in rapporto ai gruppi umani, scientificamente applicabile; ma l’inganno doveva continuare perché la maggior parte non poteva sapere che in Israele, a differenza del Sudafrica, le scuole, gli ospedali, i teatri,  i servizi pubblici sono aperti a tutti, indipendentemente dalla loro etnia, così come gli stipendi e le garanzie sindacali sono uguali per tutti i lavoratori, e non esistono professioni precluse ai non ebrei. Persino l’IDF consente ai cittadini arabi israeliani, dietro loro esplicita richiesta, di potere servire nell’esercito. Ma tutto ciò, i fatti, e non la fiction, sbriciolerebbe all’istante la favola nera di Israele come versione ebraica del Sudafrica razzista

Steven Plaut

Steven Plaut, “Falk, il maestro americano dell’inversione orwelliana”.

La favola nera si è poi arricchita di ulteriori capitoli, fermo restando il posto d’onore dato all’apartheid, persino “peggiore di quello dei sudafricani”, liberati dal “giogo colonialista” di cui invece sarebbero vittime i palestinesi. L’apartheid, è il cuore pulsante  del crimine che Israele perpetuerebbe senza sosta, la soggiogazione ebraica su quella araba. E’ questo l’acme onirico di una macchina di diffamazione che nel suo eccesso tracima nel caricaturale, sfocia nel grottesco, investe ogni cosa, fa dell’ebraico, lingua ufficiale dello Stato insieme all’arabo, uno strumento di soggiogazione. Tutto è apartheid per Richard Falk, esso è categoria riassuntiva, principio metafisico.  Il resto è accessorio, dettaglio ornamentale, glossa.

Raramente, in un’aula universitaria che non fosse localizzata a Gaza, a Ramallah o a Teheran, si è potuto assistere a una demonizzazione così pervasiva e accanita nei confronti di Israele. Alfred Rosenberg o Joseph Goebbels non avrebbero potuto fare meglio. Purtroppo non erano disponibili.

 

 

 

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