Israele, l’imperfezione
del numero primo

kibbutz

di Edmondo Monti

Pensando ad Israele, almeno noi sionisti, di solito immaginiamo, o meglio vorremmo immaginare, uno stato, una democrazia perfetta, la materializzazione di un’utopia.

In effetti il moderno Stato di Israele la concretizzazione di un’utopia lo è, su di esso, attraverso il pensiero Theodor Herzl e degli altri sionisti delle origini, si è focalizzata l’aspirazione collettiva di duemila anni di storia del Popolo ebraico e di ogni singolo ebreo in duemila anni (“l’anno prossimo a Gerusalemme”), aspirazione che nel 1948 si è finalmente realizzata: finalmente uno Stato moderno, libero, democratico e laico in quell’angolino minuscolo di Medio Oriente che da sempre è “Casa” per il Popolo ebraico, “Eretz Israel”, in quel Medio Oriente invaso, occupato, colonizzato e violentato da teocrazie tiranniche e spietate, di fatto Israele è un “numero primo”.

Theodor Herzl

Theodor Herzl

Un’utopia materializzatasi in una democrazia laica esemplare, modello per il Mondo Occidentale, sì, ma tutt’altro che perfetta, è come il “2”: è un numero primo, ma non è “perfetto” essendo pari e non dispari come tutti gli altri, ma è pur sempre il primo dei numeri primi, non per niente la numerazione dei fogli dei capitoli del Talmud comincia sempre da 2…

Diciamocelo chiaramente: non esistono democrazie perfette (di fatto non possono nemmeno esistere), ma vorremmo almeno vedere in Israele una democrazia più perfetta di tutte le altre, e forse questo lo è. Israele, uno Stato creato da pionieri idealisti, ideologi del sionismo, uno Stato quindi profondamente laico e popolare, costruito dai “padri fondatori” letteralmente con le proprie mani, con il sudore della fronte e con il proprio sangue, uno Stato cresciuto attraverso la straordinaria esperienza del sistema dei kibbutz ed evolutosi in un liberalismo sociale, il tutto quasi da manuale della teoria democratica.

David Ben-­Gurion

David ben ­Gurion

Cosa c’è dunque di imperfetto? L’imperfezione Israele ce l’ha nelle proprie fondamenta, ciò fu sin da subito chiaro a chi materialmente toccò l’incombenza di realizzare la nascita dello Stato, in modo particolare a David ben Gurion, allora Presidente del Consiglio del Popolo.

Nella stesura della Dichiarazione d’Indipendenza (quella Dichiarazione d’Indipendenza che già di per sé stessa è esempio straordinario di democrazia, libertà, laicità e tolleranza che ritroviamo materializzate nello Stato) ci si trovò di fronte ad un problema di difficile soluzione e tutt’oggi irrisolto: definire Israele, definirlo teoricamente attraverso una Costituzione e definirlo materialmente attraverso la definizione di confini certi e sicuri.

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Benjamin Netanyahu

La Dichiarazione d’Indipendenza non definì i confini né una costituzione, rimandandola ad una futura assemblea costituente da insediarsi entro cinque mesi. I confini non sono ancora definiti e la Costituente non fu mai realizzata, tantomeno la Costituzione, nonostante vari tentativi, specialmente oggi con notevole impegno da parte dell’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu. Evitare, all’origine dello Stato, tali definizioni, fu una scelta obbligata, un escamotage, per non incorrere nel rischio di frantumare un ritrovato stato nazionale prima ancora di farlo nascere e nel momento più delicato della sua storia. Fu evidente il paradosso apparente di uno Stato profondamente laico basato sulla cultura nazionale che si fonda su di una religione.

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Fin dall’origine quindi, questa apparente incongruenza è stata un problema “nascosto sotto al tappeto” e, con il passar dei decenni, lo Stato laico si è sempre più sentito sotto ricatto da parte della minoranza dei “religiosi”. Fino ad arrivare al punto, ad esempio, che oggi ben il 27 per cento degli studenti studia in scuole religiose, con tutte le conseguenze che ciò comporta per il presente e soprattutto per il futuro. Il sostanziale equilibrio tra le coalizioni di centrodestra e centrosinistra ha dato sempre maggior potere ai piccoli partiti, in particolare a quelli cosiddetti “religiosi”. Anche l’attuale governo ha bisogno del sostegno di tali partiti per avere una maggioranza.

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Isaac Herzog e Tzipi Livni

Obiettivo di Netanyahu è dare finalmente una Costituzione allo Stato d’Israele, ma in ciò è ostacolato dai partiti religiosi che ovviamente non vogliono una costituzione che necessariamente sarà laica, quindi deve liberarsene. Per questo Netanyahu sta cercando il sostegno al proprio governo nei partiti laici sia di destra che di sinistra, pensando in primis alla coalizione più grande che è l’”Unione Sionista” di  Isaac Herzog e Tzipi Livni.

Avigdor Lieberman

Avigdor Lieberman

La tradizionale e sempre più accesa rivalità tra il partito Laburista di Herzog ed il Likud di Netanyahu ha impedito finora di trovare un accordo, tanto che nel maggio scorso Netanyahu concluse un accordo, sì, ma con un altro partito laico, a destra (non estrema come si vuol far credere da più parti), “Israel Beitenu”, accordo che portò Avigdor Lieberman al ministero della difesa, ma essendo il peso di “Israel Beitenu” insufficiente a liberarsi dei partiti “religiosi”, continuano ancora oggi trattative più o meno segrete con i laburisti di Herzog e “HaTnuah” di Livni, perché è volontà di Netanyahu definire finalmente una Costituzione, dopo che si sarà liberato del sostegno necessario dei “partiti religiosi”, cosa che gli permetterà poi di definire con forza quei confini certi e sicuri necessari ad Israele in campo internazionale. Imperfezione dunque di Israele, ma l’imperfezione è un male? O non è forse la sola possibilità per evolversi? Dato che, come nel caso classico della mosca, ciò che è già perfetto non ha possibilità di migliorare e quindi di evolversi.

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