Israele, Stati Uniti e Russia
Ecco come intendono muoversi
sullo scacchiere del Medio Oriente

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John Bolton, Benjamin Netanyahu e Nikolai Patrushev

  di Giordano Stabile  –   

Tre uomini in una stanza dell’Orient Hotel di Gerusalemme che ridisegnano i destini del Medio Oriente, come ai tempi di Sykes e Picot. L’evento, che con tono enfatico Benjamin Netanyahu ha definito “storico”, ha in effetti questi contorni. Uno dei tre uomini era lui. Il secondo era John Bolton, consigliere per la Sicurezza alla Casa Bianca, il falco che a volte manda in estasi Donald Trump e a volte lo fa imbestialire. Il terzo, meno conosciuto ma forse ancora più influente, era Nikolai Patrushev, a capo del Consiglio di Sicurezza della Russia, l’uomo che più di ogni altro Vladimir Putin ascolta con rispetto, persino timore. Il Richelieu della nuova Russia imperiale voluta dallo Zar.

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Giordano Stabile

L’incontro all’Orient, il primo del genere, verteva su «Siria e Iran», come ha precisato Netanyahu. Il secondo punto all’ordine del giorno è stato inserito all’ultimo. La crisi nel Golfo ha subito una tale accelerazione che era divenuto impossibile non tenerne contro.

Netanyahu era accompagnato dal suo consigliere alla Sicurezza Meir Ben-Shabbat. Ha voluto ringraziare Donald Trump e soprattutto Putin per aver accettato che il summit si tenesse «a Gerusalemme, la nostra capitale».

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I resti del drone Usa abbattuto

Poi i nodi sono arrivati al pettine. Patrushev, uomo del Kgb, ha messo sul tavolo le carte che mostravano come il drone americano abbattuto dai Pasdaran giovedì scorso si trovasse nello spazio aereo iraniano. «Hanno ragione loro», ha affermato lapidario.

Erano ore roventi. Gli iraniani avevano reagito in blocco alle sanzioni imposte da Trump sulla guida suprema Ali Khamenei, «un affronto», e sul ministro degli Esteri Jawad Zarif, «uno schiaffo alla diplomazia». Il presidente Hassan Rohani aveva detto che gli Usa «mentivano» quando volevano trattare e che la porta del negoziato «era chiusa per sempre».

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Donald Trump

Il capo della Casa Bianca ha risposto che se l’Iran avesse attaccato «qualsiasi» obiettivo americano «sarebbe stato annientato» e che gli iraniani non conoscevano la parola «gentilezza» ma soltanto «la forza e il potere». Toni da guerra imminente.

Bolton, davanti a Patrushev, ha assunto gli inconsueti panni da colomba. Ha detto che la porta delle trattative «restava aperta» e che toccava all’Iran decidere di «varcarla». Ma il primo scambio fra Bolton e Patrushev nasconde uno scenario più complesso. Sul tavolo c’è la richiesta israeliana di ritiro delle forze iraniane dalla Siria. Mosca, benché alleata di Teheran, l’ha incoraggiata. Ma deve dare qualcosa in cambio alla Repubblica islamica. Una sua «linea rossa». E cioè che la sovranità dell’Iran «non si tocca» e che non farà mai la fine dell’Iraq di Saddam Hussein.

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Jared Kushner

Posto questo paletto, di tutto il resto si può discutere, compreso il ritiro dei Pasdaran da Damasco, purché Bashar al-Assad resti al suo posto. Un punto, quest’ultimo, che Netanyahu è disposto ad accettare. A sua volta, però, il premier israeliano vuole altre concessioni. Sulla sovranità sul Golan, su Gerusalemme capitale, e anche sul piano di pace americano destinato a seppellire le ambizioni di uno Stato peri palestinesi, come ieri ha ammesso Jared Kushner.

I primi passi del riassetto mediorientale sono stati accompagnati dall’altra riunione della giornata, la Conferenza Pace e Prosperità in Bahrein. Un summit declassato a livello di ministri delle Finanze, ma che mette sul piatto 50 miliardi di dollari, 27,5 per i Territori, gli altri a Libano, Egitto, Giordania, e «un milione di posti di lavoro». Il presidente Abu Mazen ha boicottato la riunione, perché non «si vende Gerusalemme». I giornalisti israeliani, per la prima volta invitati nel Golfo, hanno però sottolineato come a Manama ci fossero «decine di imprenditori palestinesi», molto interessati

 (Stampa)

 

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