“J’accuse”
E nulla fu più come prima

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di Valerio Caprara –

A 86 anni Polanski impartisce sullo schermo la sua master class di storia. “J’accuse” in virtù della struttura ferreamente proporzionata, ordinata e rifinita appartiene, infatti, alla vena classica della propria filmografia (“Tess”, “Il pianista”, “Oliver Twist”) alquanto divergente da quelle a noi più note e care destabilizzanti, psicopatiche, erotiche, noir. Un film solido e traslucido come il marmo, in ogni caso, che ricostruisce un episodio storico denso d’implicazioni e gravido di conseguenze per la Francia e l’Europa sino alla vigilia della prima guerra mondiale, adattandovi le procedure del film d’inchiesta e in parte anche quelle del filone processuale.

Valerio_Caprara

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Sulla base della sceneggiatura scritta con Robert Harris, lo stesso autore da cui ha tratto il thriller politico “L’uomo nell’ombra”, Polanski rievoca da un’angolatura cinematograficamente avvincente e sufficientemente astuta nel mimetizzare le componenti didascaliche le peripezie del capitano Alfred Dreyfuss, accusato e condannato nel 1894 per presunto spionaggio a favore dell’eterno nemico tedesco.

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Al culmine della manipolazione operata dagli alti ranghi dell’esercito, com’è noto, esplose la clamorosa e inedita presa di posizione di un intellettuale, il “J’accuse”, appunto, di Emile Zola pubblicato sul quotidiano “L’Aurore” che denunciava il complotto politico a sfondo antisemita sotteso al caso, faceva i nomi dei maggiori responsabili dell’ingiustizia organizzata per smistare le accuse dal vero colpevole a un capro espiatorio e, di fatto, apriva la strada al primo fenomeno mediatico diffuso della pubblica opinione a lungo coinvolta nello scontro tra innocentisti e colpevolisti.

A questo punto è inevitabile annotare come il regista abbia corso il pericolo di lasciarsi troppo andare all’identificazione con Dreyfuss, in riferimento alle persecuzioni subite nella propria travagliata esistenza dapprima come membro di una famiglia ebrea sotto il nazismo, poi come artista libertario, libertino e ribelle nel corso della dittatura comunista e infine, fatte le debite proporzioni, come presunto stupratore preso di mira e boicottato da certi eccessi maccartisti connessi al movimento #MeToo.

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Per fortuna non può essere messo in discussione il risalto dovuto a un film così autorevole perché, come premesso, la tentazione di una rilettura “pro domo sua” è arginata dall’intelligenza e l’abilità delle scelte drammaturgiche.

Prima fra tutte quella di elevare a protagonista Picquart (un monumentale Dujardin), ufficiale nient’affatto paladino della causa –essendo antisemita anch’esso- bensì fedele a un’alta concezione dell’istituzione e unicamente mosso dalla volontà di preservarla dall’onta perenne di un vergognoso intrigo.

Il Dreyfus interpretato dal giovane Garrel, per di più, è tratteggiato come uomo antipatico e altezzoso, avaro di riconoscenza anche al tempo della riabilitazione e forse per questo nient’affatto gratificato dal coriaceo Picquart nel frattempo diventato ministro.

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Inoltre le dinamiche della messinscena non rinunciano ai toni della sindrome della minaccia attivati al diapason nei titoli-culto “Chinatown”, “L’inquilino del terzo piano”, “Luna di fiele” o “La morte e la fanciulla”: basti sottolineare i movimenti antiorari e quindi “anti-veritieri” della macchina da presa nelle sequenze clou –a cominciare da quella iniziale della degradazione; l’uso simbolico della luce in relazione alle condizioni metereologiche –“J’accuse” grazie alla fotografia del polacco Edelman  si presenta come un film quasi sempre plumbeo, grigio, intirizzito- nonché quello, ancora più marcato e significativo, delle scenografie e in particolare quella del palazzo dove è insediato il controspionaggio militare descritto come un labirinto mezzo diroccato, oscuro, tetro, lurido, kafkiano.

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Peculiarità che di riflesso servono anche a spiegare perché, per mantenere un sostrato dialettico al di là del messaggio rivolto contro tutte le intolleranze, il regista privilegi la compattezza dell’architettura narrativa al perfezionamento dei dettagli marginali, come si nota nei rari squarci d’azione o gli intermezzi riguardanti la Seigner nella parte dell’amante di Picquart.

Eppure anche nei passaggi imperfetti, il film è innervato da una visione così aspra e divisiva della natura umana da potere sfociare senza cali di tensione nel finale meno consolatorio possibile, un falso happy end divorato dall’amarezza e impossibilitato a dissipare i timori disseminati in precedenza.

 

 

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