Jihad nel nome di Gerusalemme

Law enforcement officials work following an explosion near New York's Times Square on Monday, Dec. 11, 2017, in New York. Police said a man with a pipe bomb strapped to him set off the crude device in an underground passageway under 42nd Street between Seventh and Eighth Avenues. (ANSA/AP Photo/Andres Kudacki)

di Gian Micalessin –

Il grande interrogativo nascosto dietro il fallimentare attentato di New York è il movente. Analisti e investigatori devono capire se il bengalese Akayed Ullah intendeva vendicare le sconfitte dell’Isis a Mosul e Raqqa o se, invece, come ha sostenuto ieri sera la Cnn, è stato spinto ad agire in tutta fretta dallo stesso Isis dopo il riconoscimento di Gerusalemme da parte di Trump. La differenza non è da poco.

Gian Micalessin

Gian Micalessin

Un attentato di rappresaglia per le batoste siriano-irachene s’inserirebbe nella scia di quello del 31 ottobre quando un furgone guidato da un lupo solitario uzbeko falciò otto vite su una ciclabile della Grande Mela. Un attentato nel segno di Gerusalemme rappresenterebbe una faccenda ancor più seria. I soli cinque giorni trascorsi dall’annuncio di Trump indicherebbero un’inedita fretta di colpire.

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Akayed Ullah

Una fretta sintomo della competizione accesasi nella galassia del terrore jihadista non appena Gerusalemme e la moschea di Al Aqsa sono diventati il centro dello scontro con l’America. Inizialmente la causa non riscaldava i cuori dei terroristi di Al Baghadi. «Gerusalemme è nelle mani degli ebrei, ma solo ora che i Crociati la dichiarano loro capitale la gente piagnucola», commentava cinque giorni fa un loro sito invitando invece a colpire i paesi arabi colpevoli di «proteggere gli ebrei dai colpi dei mujaheddin».

Le migliaia di messaggi anti-americani fioccati sui siti jihadisti possono aver indotto l’Isis a cambiar strategia.

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Anche perché i concorrenti di Al Qaida si sono subito offerti di catalizzare la rabbia per la Città Santa. Mentre Hamza Bin Laden, il 28enne rampollo di Osama da poco ai vertici del gruppo, faceva concorrenza diretta esibendosi in una sfuriata anti-saudita, le altre succursali della franchising alqaidista – dalla Siria all’Afghanistan, dallo Yemen al Mali – mettevano nel mirino gli Usa. Proprio la paura di ritrovarsi isolati dopo le disfatte siriano-irachene e di regalare consensi e militanti ad Al Qaida possono aver indotto Al Baghdadi e i suoi ad affidarsi al primo volontario su piazza spingendolo a improvvisare un attentato.

Ma da quell’attentato rischia di prender forma un nuovo vivaio del jihad. A cui, nel nome di Gerusalemme, potranno attingere l’Isis ma anche la vecchia Al Qaida e altri gruppi. Avviando un’imprevista proliferazione del terrore.

 (Giornale)

 

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