La bella e la bestia
La favola finisce in prigione

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di Gerardo Verolino –

Jorit Agoch, un artista italo-olandese di street-art che disegna, armato di spray, enormi gigantografie iper-realistiche, di volti di personaggi noti e, talvolta, di persone comuni, è andato a Betlemme per disegnare la faccia, sulla barriera che divide Gaza dalla Cisgiordania, di Ahed Tamimi, secondo i pro-pal “la ragazza
simbolo della resistenza palestinese”.

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La dolcezza di Liv (in alto), l’aggressività di Ahed di qualche anno fa

Gerardo Verolino 2

Gerardo Verolino

Jorit Agoch che a Napoli disegna enormi gigantografie di Sarri o Hamsik è uno che vuole vincere facile. Se a Napoli poi ritrai Maradona e San Gennaro, come ha fatto di recente, vuoi essere addirittura acclamato. Assecondare la sensibilità popolare dà i suoi frutti.

E, così, sull’onda della popolarità rimediata nella città partenopea ha pensato di compiere la stessa operazione a Betlemme sul muro che i palestinesi chiamano “della vergogna” o “dell’apartheid”, mentre per gli israeliani è solo di protezione, per lisciare il pelo alla popolazione locale. Peccato l’avventura di Agoch sia finita in prigione…

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Gli artisti, famosi o più o meno improvvisati, che usano il Muro per farsi un po’ di pubblicità a costo zero sono tanti. Addirittura, l’anno scorso, un altro street-artist, il più noto Bansky, per far parlare di sé, apre un albergo con vista sul
Muro, il Walled Off Hotel, dalle cui finestre, per 30 euro a notte, si può ammirare il cosiddetto Muro della vergogna.

Ma chi è questa Ahed Thaimi? Per chi non lo sapesse è la ragazzina assurta a simbolo farlocco della resistenza palestinese. È la piccola eroina costruita nei laboratori della propaganda anti-israeliana. Una stella del firmamento di Pallywood il termine pubblicizzato dal professor Richard Lenders dell’Università di Boston per indicare quella vera e propria industria (del falso) che attraverso “la manipolazione dei media, la loro distorsione, la loro truffa da parte dei palestinesi” è utilizzata per far “vincere la guerra mediatica con Israele”.

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Ahed Tamimi fra i poliziotti

È figlia di Bassem, noto esponente di al-Fatah che ha un ruolo attivo nell’organizzazione di Abu Mazen. Un bel tipo che ha all’attivo 9 arresti (“prigioniero di coscienza” secondo la ridicola espressione di Amnesty International) e ha creato in famiglia una vera e propria “centrale della propaganda”.

È sempre in prima linea, col suo nutrito clan familiare, quando si tratta di organizzare le proteste nel suo paese, Nabi Saleh vicino Ramallah.

La carriera di Ahed comincia fin da piccola. Insieme ai cugini viene incitata a
provocare, insultare, mordere, offendere i soldati israeliani a beneficio di telecamera. Tutto fa propaganda. Una volta per la bravura della sua messa in scena, nell’atto di scagliarsi col pugno alzato contro un soldato, viene notata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan che chiede di incontrarla per elogiarne il coraggio.

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“Janna Jihad”, cattivo sangue non mente

Ma un po’ tutti i bambini di Nabi Saleh sono usati, a fini di propaganda, per mettere in cattiva luce l’esercito israeliano. Nella sola famiglia Thaimi c’è, oltre ad Ahed, anche la cugina Nur, nome di battaglia “Janna Jihad”, una che ha oltre 250 mila like sulla pagina Facebook, e che rilascia interviste ai giornali di tutto il mondo, e l’altro cuginetto Mohammed che, quattordicenne, viene colpito accidentalmente da un proiettile di gomma sparato dall’esercito israeliano.

Una fatalità che fa il gioco dei propagandisti filo-palestinesi che, durante i più duri giorni di protesta, espongono, volontariamente, i più piccoli ai pericoli maggiori per accrescerne la fama attraverso il martirio. I bambini del villaggio sono sotto i riflettori della stampa internazionale che se li contendono a più riprese facendone delle star.

La popolarità di Ahed si è impennata quando, ormai diciassettenne, e dopo un rispettabile cursus honorum di provocatrice, viene arrestata per aver spintonato e schiaffeggiato alcuni i soldati israeliani, il tutto ripreso in un un video che diventerà virale, e che ne farà l’icona della cosiddetta “resistenza palestinese”. L’episodio mette in moto la macchina dell’indignazione internazionale che attraverso i soliti indignati in servizio permanente effettivo si mobilita per lei fino a chiederne la scarcerazione.

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Liv Levitan

Di fronte ad una pseudo-eroina costruita a tavolino, una Giovannina d’Arco con la kefiah o una Shirley Temple, per i suoi riccioli biondi, dei diseredati, c’è poi una ragazzina israeliana che, in silenzio e senza gli strepiti della claque, dimostra di essere un autentico genio del gioco degli scacchi e che deve, invece, subire un’umiliante discriminazione.

Liv Levitan infatti è una bambina di Haifa, nel Nord d’Israele, che, dall’età di quattro anni, oggi ne ha sette, gioca a scacchi, stracciando tutti i suoi avversari nei tornei. A Cracovia, al campionato europeo per studenti, ha vinto la medaglia d’oro sbaragliando ben dodici avversarie di pari età.

Ma la prodigiosa bambina che vorrebbe partecipare al Torneo internazionale di scacchi che si svolgerà nella cittadina tunisina di Monastir dal 1 al 9 settembre, subisce il boicottaggio del governo tunisino che discrimina gli atleti israeliani senza fare eccezione neppure per una piccina di sette anni per cui Liv resterà a casa.

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Liv Levitan

Una storia da libro Cuore che non sembra appassionare nessuno. Eppure Liv è davvero una ragazzina di talento, autentica e non costruita in laboratorio, e che vorrebbe coronare un sogno.

L’unico a parlare di “atto antisemita” e di “nazismo” è Piero Fassino. Ma è il
solo. A quanto pare l’apartheid subita da una bambina israeliana non fa notizia, né muove a compassione l’opinione pubblica. Nessuno sembra interessato alla sua storia. Non uno dei soliti attori o cantanti pronti a scendere in campo anche per la salvaguardia delle mezze stagioni.

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Il firmaiolo Lerner è in vacanza. Sono tutti mobilitati per Ahed, la reginetta di Pallywood: Amnesty International, l’Unicef, gli hashtag su Facebook, i media internazionali, perfino “Newsweek”. Fino a Jorit Agoch che parte da Napoli per magnificarla in un murale. Quando la menzogna rende.

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