La Cina ricorda qualcosa?

di Giulio Meotti –

Si cominciò con la distruzione dei pianoforti, fatti a pezzi (spesso insieme ai pianisti). Poi i violini (e le mani dei violinisti). Proibite le musiche di Mozart, Beethoven, Bach e di tutti gli altri sporchi “ideologi borghesi”.

I giovani saccheggiarono i templi, abbatterono le stupende statue dell’antichità cinese e le finirono a colpi di piccone. Cittadini sospettati di “revisionismo” portati alla berlina per le strade.

Non si poteva più uscire per le strade di Pechino senza incontrare uomini e donne con al petto cartelli con scritto “sono un proprietario fondiario”. In testa il cappello a cono, di carta, come quello di Pinocchio, il “cappello della vergogna”.

Bambini attaccano manifesti, distribuiscono volantini, arringano la folla. I cantanti dell’Opera inviati nelle campagne. La Città imperiale proibita, il Tempio del cielo trasformato in un accampamento e su molte pitture distesa una cortina di vernice rossa. Tutte le chiese sbarrate. E una schiera di occidentali a elogiare questa “rivoluzione”.
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