La fame di sangue
E il “giudice” dell’Onu

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La settimana scorsa è stata un’altra di quelle settimane che obbligano a domandarsi se arriverà mai il giorno in cui la violenza del conflitto israelo-palestinese inizierà a svanire.

Kim Levengrond Yehezkel e Ziv Hajbi

Kim Levengrond Yehezkel e Ziv Hajbi

È iniziata l’altra domenica con l’efferato attentato nella zona industriale di Barkan, in Samaria (Cisgiordania settentrionale), costato la vita a due israeliani – Ziv Hajbi, 35enne padre di tre figli, e Kim Levengrond-Yehezkel, 28enne madre di un bambino di un anno – e il ferimento di un’altra ebrea israeliana, salvatasi per un soffio.

L’aggressore, identificato come Ashraf Walid Suleiman Na’alwa, di 23 anni, originario del villaggio di Shuweika, vicino alla città palestinese di Tulkarem, è ancora latitante. La settimana si è poi conclusa con un altro weekend di violenze ai confini tra Israele e striscia di Gaza, che hanno visto assalti palestinesi con lanci di granate e ordigni incendiari e ripetuti tentativi di infiltrazione di terroristi in territorio israeliano.

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Ashraf Walid Suleiman Na’alwa

La reazione delle Forze di Difesa israeliane, schierate a guardia del confine, è costata la vita a una decina di assalitori. (E lunedì mattina un terrorista palestinese ha tentato di pugnalare un soldato ad una fermata d’autobus presso Ariel, in Cisgiordania settentrionale, ed è rimasto ucciso dalla reazione di militari presenti.)

In mezzo a queste continue morti senza senso provocate dall’estremismo e dall’odio palestinese verso israeliani ed ebrei, c’è stato un altro attacco altrettanto allarmante: Aysha al-Rabi, una palestinese di 45 anni originaria di Za’atara, vicino a Nablus, è rimasta uccisa venerdì sera quando è stata colpita alla testa da una pietra scagliata contro l’auto in cui viaggiava col marito Yacoub, nei pressi del raccordo di Tapuah, sulla statale 60 in Cisgiordania. Sì, le pietre possono uccidere…

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Aysha-al-Rabi

La Israel Radio ha riferito domenica che la polizia israeliana sta interrogando un certo numero di studenti ebrei di una vicina yeshiva (scuola talmudica) sospettati d’essere implicati nella    mortale aggressione.

L’Autorità Palestinese si è precipitata a incolpare i “coloni” (gli israeliani che vivono in Cisgiordania), nonostante il fatto che quella zona sia nota per i frequenti lanci di pietre palestinesi contro le auto (israeliane) in transito.

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Abu Mazen

Ilpresidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha immediatamente rilasciato una dichiarazione in cui condanna “lo spregevole crimine commesso dai coloni, sotto la protezione dello stato d’occupazione”.

Anche il Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha espresso immediatamente la sua condanna, scrivendo che “una donna palestinese è stata uccisa, e suo marito ferito, da pietre presumibilmente lanciate da aggressori israeliani. I responsabili devono essere rapidamente assicurati alla giustizia. Esorto tutti ad opporsi a violenza e terrorismo”.

Nickolay Mladenov

Il tweet del Coordinatore Onu Nickolay Mladenov e la reazione di un lettore che chiede: “C’è un motivo per cui sei rimato zitto, quando due genitori israeliani soso stati assassinati a Barkan?”

Il tweet del Coordinatore Onu Nickolay Mladenov e la reazione di un lettore che chiede C’è un motivo per cui sei rimato zitto, quando due genitori israeliani soso stati assassinati

È interessante notare che, dopo l’attentato di Barkan, dove non c’era alcun dubbio sull’identità del terrorista e delle sue motivazioni, il feed su Twitter di Mladenov era rimasto totalmente silenzioso. Evidentemente solo gli attacchi degli ebrei contro i palestinesi – anche quando non sono ancora dimostrati – meritano la condanna del “mediatore” dell’Onu.

Non è così per noi. Se l’attacco si rivelerà davvero opera di ebrei estremisti – anzi, in questo caso di terroristi – allora le forze di sicurezza e i leader israeliani dovranno agire per catturare i responsabili e condannare il loro attentato con la stessa identica nettezza di quando le vittime sono ebree e i responsabili palestinesi. Non ci deve essere nessuna discriminante in base a etnia e nazionalità delle vittime e dei colpevoli, quando si tratta di terrorismo. E non si deve mai tollerare una mentalità da segnapunti, con un assurdo conteggio degli atti di terrorismo commessi da una parte contro l’altra per tentare di giustificare o sminuire rappresaglie e vendette.

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L’idea che vi siano cellule terroristiche israeliane nei territori non è inverosimile.

Si sa che esiste un ristretto numero di coloni, che ruotano in particolare attorno agli insediamenti dell’area di Tapuah, che sono contrari a qualsiasi accordo con i palestinesi che vivono in mezzo a loro, e che sono capaci di atti di violenza: dall’abbattimento di alberi di ulivo al deturpamento di moschee, al lancio di sassi, fino a scontri coi soldati israeliani.

Le autorità israeliane devono fare, e fanno, tutto ciò che è in loro potere per monitorare e cercare di impedire a questi estremisti di rovinare la vita dei loro concittadini, israeliani e palestinesi, in Cisgiordania. La società israeliana, a differenza di altre molto vicine, non celebra, non esalta e anzi non tollera violenze private e terrorismo.

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Naturalmente, resta da verificare se davvero quei violenti di cui si è detto sono dietro al mortale lancio di pietre di venerdì sera. Prima verrà completata l’indagine e compiuto un arresto, prima si porrà fine alle congetture, alle accuse senza prove e alla tentazione di incolpare in modo generalizzato e indiscriminato tutti gli ebrei israeliani che vivono in Giudea e Samaria.

Indipendentemente da chi sia il colpevole, la morte di al-Rabi, come quelle di Hajbi e di Levengrond-Yehezkel, costituisce l’ennesimo tragico memento che l’insaziabile fame di vittime del conflitto israelo-palestinese non accenna a finire. A differenza del Coordinatore speciale delle Nazioni Unite, e di altri come lui, per noi è perfettamente possibile piangere tutte queste vittime, senza distinzioni.

(Jerusalem Post)

 

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