La fuga per la dignità

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Mala Zimetbaum

di Paolo Salom –

Una storia divenuta leggenda. Una tra le tante nell’oceano infinito di vite spezzate, chi prima chi dopo, nel gorgo concentrazionario nazista. Una vicenda esemplare, ricostruita con precisione andando a frugare negli archivi e nei testi che in qualche modo ne hanno riportato il destino, spesso travisandolo, ma al fondo raccontando sempre una verità: si può resistere al male. Frediano Sessi, nel saggio L’angelo di Auschwitz. Mala Zimetbaum, l’ebrea che sfidò i nazisti (Marsilio), riesce a disegnare i contorni di una breve esistenza che, al contrario dell’esperienza raccontata poi da Primo Levi in Se questo è un uomo, terminò con la morte ad Auschwitz.

Paolo-Salom

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Ma che morte: Mala — in ebraico Malka, Regina — sarà mandata al patibolo alla fine dell’estate 1944 perché era riuscita a fuggire con un compagno di prigionia, Edek, un polacco (cristiano), con il quale aveva voluto ritrovare il senso proprio dell’umanità, la dignità della libertà.

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Sottoposta a torture indicibili per settimane dopo la cattura, Mala non tradisce chi l’ha aiutata e, prima di salire sul patibolo, si taglia le vene con una lametta nascosta tra i capelli, schiaffeggiando l’SS che prova a fermarla e urlando, davanti alle compagne di prigionia radunate per assistere allo spettacolo, ciò che ad Auschwitz era inaudito persino pensare: «Assassini! Molto presto pagherete per le nostre sofferenze! Non abbiate paura, sorelle! La loro fine è vicina.

 

Ne sono certa. Io lo so, perché ho provato la libertà!». Nata vicino a Cracovia nel 1918, giunta con la famiglia, padre, madre, fratelli e sorelle nel 1926 ad Anversa per sfuggire al crescente antisemitismo nella Polonia autoritaria di Jozef Pilsudski, Mala — ultima nata in una famiglia sempre al limite della povertà — sarà il centro degli affetti e, con il suo lavoro di impiegata in un ufficio, anche la fonte primaria di sostentamento.

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Mala ed Edek

Questo almeno fino all’invasione del Belgio da parte delle armate naziste quando, complice una popolazione comunque «infastidita» dalla presenza di migliaia di profughi ebrei, «immigrati senza documenti» che «inquinavano il sacro suolo della patria», è costretta dalle condizioni sempre più dure imposte dagli occupanti a cercare la fuga.

Finisce invece arrestata e da lì, passando prima dal carcere di Fort Breendonk, poi dal campo di prigionia di Mechelen, si ritrova a Birkenau, lager nazista inserito nella galassia che ruota attorno ad Auschwitz, nella Polonia occupata.

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Mala è fortunata. Nel senso che, parlando più lingue (yiddish, francese, tedesco, polacco), riesce a farsi notare e diventa l’interprete della comandante del campo femminile.

Un ruolo che le garantisce quei privilegi (Primo Levi li descrive ne I sommersi e i salvati, dove peraltro la ricorda come una persona «generosa e coraggiosa»), vestiti puliti, cibo sufficiente, lavoro al caldo d’inverno, che soli possono aiutare (ma non garantire) la sopravvivenza. Mala è una kapò. Ma non infierisce sulle compagne.

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Al contrario, sfrutta il suo ruolo per aiutarle. È un rischio, certo. Può essere scoperta in ogni momento. Ma Mala sfiderà i nazisti, che hanno trasformato i prigionieri in esseri senza coscienza, dominati solo dall’insopprimibile istinto di conservazione e destinati a dimostrare l’«animalità di esseri inferiori», ogni volta che ne avrà l’occasione.

Portando un tozzo di pane a chi è consunta dalla fame, cambiando destinazione a chi già era stata selezionata per le camere a gas, regalando uno sguardo di umanità a chi si trovava in un inferno di sofferenza. Mala Zimetbaum fece il possibile per sopravvivere e non si credeva coraggiosa. Ma nel momento inevitabile, sovrastò come un eroe greco gli aguzzini, che altro non poterono se non darle la morte: da sconfitti.

(Corriere della Sera)

 

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