La Gerusalemme velenosa
del rabbioso Vargas Llosa

A Palestinian woman takes a picture as Israeli police walk in front of the Dome of the Rock during clashes with stone-throwing protesters after Friday prayers, outside al-Aqsa mosque in the compound known to Muslims as Noble Sanctuary and to Jews as Temple Mount, in Jerusalem's Old City December 6, 2013. Israeli police hurled stun grenades to disperse stone-throwing Palestinian protesters outside the mosque, Islam's third holiest site, after prayers and five people were detained for causing disturbances at the site, a police spokesman said on Friday. REUTERS/Ammar Awad (JERUSALEM - Tags: POLITICS RELIGION CIVIL UNREST) - RTX166NG

di Mario Vargas Llosa –

Mentre Ivanka Trump, avvolta in un vaporoso vestito che dava di che parlare ai presenti, scopriva la targa che inaugurava la nuovissima ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, l’esercito israeliano uccideva a colpi d’arma da fuoco sessanta palestinesi e ne feriva altri mille e settecento mentre cercavano di avvicinarsi, lanciando pietre, ai reticolati che separano Gaza dal territorio di Israele. La coincidenza dei due eventi non è un caso: il secondo è conseguenza del primo.

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Mario Vargas Llosa

La decisione del presidente Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele rompe con 70 anni di neutralità degli Usa. Questa nazione, come gli alleati in Occidente, aveva sostenuto finora che il ruolo di Gerusalemme, rivendicato sia dai palestinesi che dagli israeliani, dovesse essere deciso con un accordo fra le due parti e la creazione di due Stati in grado di coesistere uno accanto all’altro.

epa06735764 White House senior advisor Ivanka Trump speaks during the opening ceremony at the US consulate that will act as the new US embassy in the Jewish neighborhood of Arnona, in Jerusalem, Israel, 14 May 2018. The US Embassy in Jerusalem is inaugurated on 14 May following its controversial move from Tel Aviv to the existing US consulate building in Jerusalem. US President Trump in December 2017 recognized Jerusalem as Israel's capital. The decision, condemned by Palestinians who claim East Jerusalem as the capital of a future state, prompted worldwide protests and was met with widespread international criticism.  EPA/ABIR SULTAN

Ivanka Trump

Di tanto in tanto la teoria dei due Stati riaffiora, ma nessuno ormai crede che sia praticabile, di fronte alla politica espansionista degli israeliani, che con gli insediamenti in Cisgiordania divorano territori e isolano i villaggi e le città che dovrebbero formare lo Stato palestinese: se esistesse, oggi sarebbe poco meno che una caricatura dei bantustan sudafricani dei tempi dell’Apartheid.

Trump ha affermato che la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele era « realista » , e che non avrebbe ostacolato un accordo, ma al contrario lo avrebbe facilitato. Forse non solo lo ha detto, ma nella sua ignoranza delle questioni internazionali su cui si esprime in modo irresponsabile, lo crede. Però dubito che siano in molti a crederlo, a parte lui e la manciata di fanatici che ha applaudito quando Ivanka ha scoperto la targa e Netanyahu ha esclamato: « Che giorno glorioso! » . In verità Trump ha aperto il vaso di Pandora, e oltre allo sconcerto in cui ha sprofondato gli alleati, ha provocato in gran parte il massacro crudele che si è aggiunto al supplizio che da tempo è la vita per gli sventurati abitanti di Gaza.

Oslo Il 13 settembre 1993 Rabin e Arafat si strinsero la mano davanti a Clinton

Oslo Il 13 settembre 1993 Rabin e Arafat  con Clinton

La creazione di due Stati era la formula più sensata per mettere fine alla guerra strisciante che esiste da 70 anni in Medio Oriente, e molti israeliani ci hanno creduto. Per disgrazia, ai tempi di Arafat, i palestinesi rifiutarono un progetto di pace in cui Israele faceva concessioni, come restituire parte dei territori occupati e accettare che Gerusalemme diventasse la capitale comune dei due Stati.

Da allora, l’enorme movimento dell’opinione pubblica israeliana che voleva la pace si è assottigliato ed è cresciuto il numero di quelli che, come Sharon, pensavano che il negoziato fosse impossibile e la soluzione sarebbe potuta venire solo da Israele, ed essere imposta ai palestinesi con la forza. E c’è molta gente al mondo, come Trump, che crede la stessa cosa e appoggia questa politica insensata, che non risolverà mai il problema e continuerà a riempire di tensione, sangue e cadaveri il Medio Oriente.

Michelle Goldberg,

Michelle Goldberg

Questo processo ha reso possibile il governo Netanyahu, il più reazionario e prepotente che Israele abbia mai avuto, e il meno democratico, perché, convinto della propria superiorità militare, incalza gli avversari, ruba ogni giorno territorio in più e, accusandoli di essere terroristi e di mettere in pericolo l’esistenza del piccolo Stato ebraico d’Israele, spara loro addosso, li ferisce, li assassina con il minimo pretesto. Vorrei citare un articolo di Michelle Goldberg, sul New York Times il 15 maggio, intitolato “Uno spettacolo grottesco a Gerusalemme”.

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Gli scontri di Gaza

Descrive la concentrazione di estremisti israeliani ed evangelisti fanatici americani che hanno festeggiato l’apertura della nuova ambasciata, e lo schiaffo che ha rappresentato per i palestinesi questo nuovo affronto inflitto dalla Casa Bianca. L’autrice non dimentica l’intransigenza di Hamas né il terrorismo palestinese, ma ricorda la condizione in cui sono condannati a vivere gli abitanti di Gaza.

Io l’ho vista con i miei occhi e conosco il grado di abiezione in cui sopravvive a stento la popolazione senza lavoro, senza cibo, senza medicine, con ospedali e scuole in rovina, edifici distrutti, senza acqua, senza speranza, con bombardamenti indiscriminati ogni volta che c’è un attentato. La Goldberg spiega che lo spostamento a destra dei governi israeliani ha intaccato il prestigio del sionismo e che parte degli ebrei americani non sostiene più Netanyahu. Credo che valga anche per il resto del mondo, per milioni di uomini e donne che, come chi scrive, si identificano con un popolo che aveva costruito città moderne e fattorie modello dove c’erano deserti, creando una società democratica e libera, e dove una parte consistente della popolazione desiderava una pace negoziata con i palestinesi.

In this May 5, 2018 photo, President Donald Trump speaks during a roundtable discussion on tax reform at Cleveland Public Auditorium and Conference Center in Cleveland, Ohio. Trump says he will announce his decision on whether to keep the U.S. in the Iran nuclear deal on Tuesday.   (ANSA/AP Photo/Manuel Balce Ceneta) [CopyrightNotice: Copyright 2018 The Associated Press. All rights reserved.]

Donald Trump

Quella Israele sfortunatamente non esiste più. Ora è una potenza militare e coloniale, che crede solo nella forza, soprattutto ora, grazie all’appoggio del Paese più potente incarnato da Trump. Il potere non serve a molto se una società resta sul chi vive, in attesa di attaccare o di essere attaccata, armandosi ogni giorno di più perché sa di essere odiata dai suoi vicini e perfino dai suoi cittadini, e punisce con ferocia chi non ha altra colpa che vivere lì da secoli quando arrivarono gli ebrei espulsi dall’Europa dopo gli atroci massacri nazisti. Questa non è una vita civilizzata né auspicabile, per quanto potente possa essere uno Stato.

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Benjamin Netanyahu

I veri amici di Israele non devono appoggiare la politica suicida di Netanyahu. Sta facendo del Paese, che era amato e rispettato, un posto spietato. Ho molti amici in Israele, soprattutto scrittori, e ho difeso molte volte il suo diritto all’esistenza, dentro frontiere sicure, e ho auspicato un modo di coesistere pacificamente con il popolo palestinese.

Mi onora aver ricevuto il premio Gerusalemme e mi rallegra che nessuno dei miei amici israeliani abbia preso parte allo “ spettacolo grottesco” che ha avuto come protagonista Ivanka Trump, e sono sicuro che hanno provato la mia stessa indignazione per il massacro ai reticolati di Gaza. Rappresentano una Israele che sembra scomparsa. Ma la nostra speranza è che ritorni. In nome loro e della giustizia, dev’essere proclamato che non sono i palestinesi il pericolo maggiore per il futuro di Israele, ma Netanyahu e i suoi seguaci, e il sangue che spargono.

 

  (Repubblica)

 

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