La guerra silenziosa
Sette femminicidi in due mesi
Israeliane e arabe in piazza insieme

di Francesca Paci .

Hanno raccontato la loro storia una dopo l’altra sul palco allestito a ridosso di Charles Clore Garden, tra la spiaggia e lo skyline di Tel Aviv. Shira Vishnyak, la sorella della ventunenne ammazzata dal marito due settimane fa a Ramat Gan. Yara abu Abla, sopravvissuta al suo congiunto assassino e allo stigma sociale nel villaggio arabo di Yalcka. Eli Fink, lo pseudonimo di una giovane ortodossa protetta dietro mascherina e occhiali scuri dal conformismo religioso. L’esule etiope Askadel Simansh, marchiata a lutto dal cognato. Donne. Tutte quelle che durante il lockdown hanno respirato il fetore della violenza domestica crescente nel Paese: e sono sature.

Francesca Paci

Nei due mesi sigillati dal coronavirus Israele ha contato 7 femminicidi, 11 dall’inizio dell’anno, poco meno dei 13 totali del 2019. «È un’epidemia silenziosa, siamo le vittime ignote del coronavirus pur rappresentando il 51% della popolazione», ci spiega Dror Sadot, una delle organizzatrici della marcia organizzata ieri a Tel Aviv, oltre diecimila persone distanziate ma compatte nel dire no all’indifferenza.

Gila, 25 anni, ha partecipato con tre amiche di Gerusalemme: «Vogliamo sapere dove sono i 250 milioni di shekel, quasi 7 milioni di dollari, stanziati due anni fa dal governo per contrastare i crimini di genere e bloccati chissà dove, come se le nostre vite non fossero una priorità».

Mentre Israele naviga nel mare ignoto del Medioriente 2.0, tra le polemiche per il piano di annessione dei Territori e lo spettro del palestinese autistico ucciso sabato dalla polizia, l’altra metà del cielo lancia la sfida della «nuova emergenza sociale» alla sola vera ancorché complicata democrazia della regione.

«È una guerra nella guerra e si consuma in silenzio, il femminicidio è percepito come un problema di genere sebbene sia una questione di civiltà», sottolinea Anat Lev Adler, attivista e giornalista del quotidiano Yedioth Ahronot. Il problema è politico, insiste la Lev Adler, una delle organizzatrici dello sciopero delle donne del 2018, quando piazza Habima si riempì di scarpe rosse come il sangue versato all’ombra della famiglia, la trincea più oscura di una terra avvilita dalle armi: «Il premier Netanyahu tace, non si è mai esposto su questo: conosciamo la minaccia dell’Iran, quella del terrorismo, ma nulla sulla violenza dei nostri mariti. Il risultato è che, per quanto se ne parli, gli uomini non partecipano abbastanza. A due anni dallo sciopero del 2018 non è cambiato pressoché nulla».

Da almeno un mese a Tel Aviv come ad Haifa, a Gerusalemme e fin giù nelle città del Negev si accendono proteste spontanee dove donne israeliane alzano la voce accanto alle cosiddette «Sister in misery», l’altra faccia della medaglia, le sorelle come Soheir Asaad, leader del movimento Tal’at, a cui si deve l’agit prop di pentole percosse alla finestra con cui ad aprile centinaia di arabe-israeliane hanno messo il megafono alla violenza consumata in casa rifiutando la definizione di «delitto d’onore» perché non c’è onore nell’ammazzare tua figlia. La stessa violenza che a Gaza colpisce il 51% delle donne, che secondo la polizia israeliana è aumentata in pochi mesi del 16% e che in Italia ha fatto 11 vittime nei mesi in cui, secondo «Forbes», la reazione più efficace alla pandemia è arrivata da Paesi guidati da donne.

 

 

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