La lezione di Israele
La nostra disfatta civile

Israeliano bambini di accompagnare il loro padre in un seggio elettorale durante la Knesset elezion

Israeliano vota accompagnata dai figli

 di Giovanni Sallusti –

Focalizziamo il contrasto, perché è immane. Ieri si sono tenute le elezioni politiche nello Stato d’Israele. La notizia, vista da quaggiù, non è (anzitutto) chi ha vinto tra Benjamin Netanyahu e Benny Gantz. No, c’è una notizia preliminare, macroscopica nella sua ovvietà, che viene ben prima dei vincitori e dei vinti: il fatto stesso che nello Stato ebraico si sia votato. E per la seconda volta in sei mesi: la tornata attuale è figlia dello stallo del 9 aprile, quando dalle urne (quel luogo in cui depositate una scheda con dei nomi e una croce fatta da voi medesimi, non so se ricordate) uscì un sostanziale pareggio tra Netanyahu e Gantz.

Giovanni Sallusti

Giovanni Sallusti

Non si sono fatti problemi, a Tel Aviv, a riconvocare il popolo sovrano. Nonostante, con ogni evidenza, Israele sia in uno stato d’emergenza permanente. E circondato da vicini che varie volte nella storia lo hanno attaccato compattamente, per cancellarne la presenza sul mappamondo. «Israele sarà stabilito e rimarrà in esistenza finché l’islam non lo ponga nel nulla», recita tutt’oggi lo Statuto di Hamas, la banda di tagliagole per conto di Allah che controlla la Striscia di Gaza e che ha la simpatica usanza di scavare tunnel fin dentro le viscere dello Stato ebraico, per allietarlo con attentati kamikaze.

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Pratica supportata e incentivata dall’Hezbollah libanese (il “Partito di Dio”, quale è superfluo ripeterlo), a tutti gli effetti un braccio armato della teocrazia assassina degli ayatollah iraniani, club di gentiluomini che su Israele non finge nemmeno di dissimulare le proprie intenzioni. «Eliminarlo dalla faccia della Terra», ha ribadito pochi mesi fa il comandante dell’aeronautica di Teheran, un tipino che sarebbe piaciuto al dottor Goebbels.

Per i duri d’orecchi (e di cervice): Israele si trova in una condizione di guerra perenne. E non solo non abdica alle proprie libertà, ma le ostenta. Non solo non stringe le briglie della democrazia, ma le scatena. Si vota, anche due volte in sei mesi se serve, perché questo siamo.

Lavoro-Gesher leader del partito Amir Peretz posa per una foto accanto a un Iron Dome modello di batteria dopo la fusione, il suo voto in un seggio elettorale di Sderot

Sderot, Amir Peretz accanto a un Iron Dome dopo aver votato 

Si vota mentre aprono l’ennesimo tunnel sotto i nostri piedi e le nostre vite, si vota mentre mandiamo i figli a scuola ognuno su un autobus diverso, perché statisticamente se ne fanno saltare in aria uno gli altri si salvano, si vota mentre altrove un pugno di macellai invasati pianifica la nostra estinzione, si vota sotto i razzi Qassam e sopra i cadaveri dei nostri cari.

Mentre noi, qui, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, avrebbe detto Primo Levi, noi italiani che godiamo di decenni di pace, che abbiamo il privilegio assoluto di uscire di casa senza tremare a ogni “tic” intuito per strada, che non conosciamo più il suono dell’allarme aereo e che non siamo circondati da nemici (perlomeno non dichiarati), no.

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Sergia Mattarella

Noi non possiamo votare. Signora mia, che volgarità, il popolo bue si è già fin troppo espresso, alle Europee ha addirittura indicato inequivocabilmente preferenze opposte a quelle dell’establishment, qui rischiamo davvero che il sostantivo “democrazia” diventi qualcosa di più che l’orpello per imbellettare il discorso di Capodanno del presidente Mattarella, che si riempia di senso e di quotidianità.

C’è la Costituzione, la sacra liturgia della Repubblica voluta dai padri, la legittimità formale di qualsiasi operazione ribaltonistica. Tutto quello che volete. Però là, in un fazzoletto di terra in guerra col mondo circostante, si vota. Due volte in sei mesi. Qua no. Non è un contrasto, è una disfatta civile.

(Libero)

 

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