La lingua che visse due volte

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nna Linda Callow

di Giorgio Linda –

Non sono un critico letterario professionista, non sono imbeccato da alcun Editore né coinvolto in alcun Premio Letterario, sono semplicemente un lettore e da semplice lettore condividerò con voi le mie impressioni , positive o negative, su alcuni libri letti. Questa volta ho scelto “La lingua che visse due volte – Fascino e avventure dell’ebraico “ di Anna Linda Callow -Garzanti

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Giorgio Linda

Si tratta di un delizioso libretto che mi è stato regalato da un’amica e che ho centellinato in alcune sere per prolungare il piacere della lettura ovvero “attraverso le sorprendenti peripezie di una lingua, un viaggio nella storia e nella letteratura di una cultura millenaria”. Accanto, e oltre , l’evidente e contagioso entusiasmo dell’Autrice, il libro ha il non trascurabile pregio di affrontare e chiarire in modo piano e sintetico alcuni temi-base o, se preferite, le FAQ che vengono rivolte da chi Ebreo non è , ma è incuriosito dal mondo e dalla cultura ebraici.

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Un esempio. Il Talmud? Ciò che “lo distingue dalla filosofia nostrana è che alla domanda di Socrate ti esti , “che cos’è?”, ovvero alla ricerca della descrizione dell’oggetto e della sua definizione, da sempre al centro della speculazione occidentale, ne preferisce una diversa :”Che cosa devo fare in relazione all’oggetto?” .

L’Autrice riesce a dare una spiegazione semplice e accattivante anche di un argomento “difficile” come la Qabbalah , laddove spesso chi ne scrive si ammanta in nebulose, coltissime, ma ostiche definizioni. Finalmente il lettore può emergere dal capitolo sulla Qabbalah dicendo “ho capito” senza la sgradevole sensazione di essere stato trattato come uno scolaretto, che capirà quando sarà grande.

Qabbalah

Alcune belle pagine sono dedicate all’asse portante dell’Ebraismo: il valore dello Studio e, conseguentemente, al ritratto di alcuni Maestri , anche di quelli “ribelli e maledetti”.  Di Spinoza si cita sempre il Trattato teologico-politico, ma assai poco il suo Compendio di grammatica della lingua ebraica . Infatti , “ pur avendo abbandonato l’osservanza dei precetti, non abbandonò l’amore per la lingua ebraica , nel cui studio si era distinto da ragazzo”.

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Per lui “l’ebraico non era la leshon ha-kodesh , la lingua santa, ma quella storica di un popolo , e come tale andava trattata , preconizzando quindi l’operato titanico di Eliezer Ben Yehuda .

Chiude il libro una piccola , godibilissima serie di esempi per “giocare” con le parole attraverso le vocali ed infine una preziosa bibliografia. Un unico appunto: la scelta di soltanto traslitterare i lemmi ebraici, anziché riprodurli anche in originale, ha rallentato la lettura di chi, come me, frequenta l’ebraico e per converso dubito che abbia facilitato la lettura di chi non lo conosce.

 

 

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