La mappa Wox dell’odio/2
L’estremismo online corrisponde
prima o dopo all’estremismo offline

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Ecco la nuova versione della mappa che misura l’odio online, voluta da Vox – Osservatorio italiano sui diritti  in collaborazione con l’università Statale di Milano, l’università di Bari, La Sapienza di Roma e il dipartimento di sociologia dell’università Cattolica di Milano. I tweet intolleranti nel terzo anno della rilevazione modificano la tendenza registrata nei due anni precedenti: diminuisce l’intolleranza contro le persone omosessuali ed esplodono xenofobia, islamofobia e antisemitismo, mentre alto continua a rimanere l’odio contro le donne.

Vittorio Lingiardi

Vittorio Lingiardi

“280 caratteri contenuti in un tweet e l’anonimato della rete consentono che un atteggiamento individuale si diffonda e sia condiviso da un numero infinito di utenti”, spiega Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario presso la facoltà di Medicina e Psicologia Sapienza Università di Roma (dipartimento di Psicologia dinamica e clinica). “Il bersaglio dell’offesa (verso donne, omosessuali, immigrati, islamici, ebrei e disabili) è quasi sempre il corpo: disprezzato nella sua sessualità e nel suo genere, ridicolizzato o umiliato attraverso la deformazione, la mutilazione, la mortificazione, verbalmente aggredito o persino stuprato. Si tratta di una scarica primitiva, evacuata su gruppi che culturalmente rappresentano ciò che è considerato debole, diverso e/o inferiore. Cesare Pavese diceva che “si odiano gli altri perché si odia se stessi”.

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Ecco dunque che l’insulto può essere letto come una forma cieca di difesa psichica che si esprime attaccando aspetti fondamentali dell’umanità altrui. La svalutazione e il disgusto diventano i motori inconsci del tweet o del post discriminatorio. Data l’assenza di interazioni fisiche, contatto visivo, condivisione delle espressioni facciali e del tono della voce, i filtri e le (auto)censure cadono e le mediazioni si annullano.

Fuori dalla rete, questo tipo di comunicazione può assumere dimensioni ragguardevoli e la frustrazione e il disagio quotidiano possono cronicizzarsi in forme aggressive.

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Il contesto sociale e politico sempre più spesso sembra autorizzare e amplificare l’espressione di forme di intolleranza verso tutte le minoranze, comprese quelle etniche e sessuali. Cosa possiamo fare? Individuare il disagio e incontrarlo nel dialogo. La nostra mappa permette di individuare le zone in cui l’hate speech è maggiormente twittato. Questo ci consente di attivare campagne preventive sia attraverso l’elaborazione di materiali didattici e formativi sia attraverso interventi nelle scuole e incontri allargati con le realtà territoriali”.

Attraverso l’analisi comparata dei picchi di tweet negativi con i fatti di cronaca, infine, lo studio condotto con la Mappa ha potuto evidenziare i seguenti punti:

– L’estremismo online può corrispondere prima o dopo a forme di estremismo offline.
– La concentrazione e la localizzazione di atteggiamenti intolleranti varia in funzione di eventi locali, nazionali e internazionali.
– L’importanza dei media come influencer e diffusori di una certa tipologia di atteggiamenti, nel trattare notizie ad essi collegati.

Barbara Lucini

“La Mappa dell’Intolleranza conferma una tendenza in atto nel nostro Paese”, conclude Barbara Lucini, ricercatore senior Itstime, Dipartimento Sociologia, Università Cattolica di Milano. “Nell’ultimo periodo lo scenario sociale risulta intriso di frequenti episodi di intolleranza e violenza verso gruppi e categorie di persone che, per loro intrinseche caratteristiche, diventano bersaglio di pregiudizi diffusi e atteggiamenti di avversione. In particolare stiamo assistendo a una polarizzazione di visioni e dei conflitti, che trovano una ragione di esistere – non di legittimazione – nei pregiudizi diffusi e radicati proprio come elementi culturali. È quindi importante approfondire tali tematiche per meglio comprendere le ricadute sociali di questi convincimenti”.

(2.continua)

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