La Ministra di Mosè

Pnina Tamano-Shata

di Sharon Nizza –

Dopo tre round elettorali, in Israele ecco il nuovo governo di unità nazionale, guidato da Benjamin Netanyahu, con il quale tra 18 mesi scatterà la rotazione a favore dell’ex rivale Benny Gantz. Tra le new entry del governo, il più nutrito di ministri della storia del Paese, Pnina Tamano-Shata, 38 anni, avvocatessa, giornalista e attivista sociale. Sarà il primo ministro di origine etiope in Israele. Guiderà il portafoglio per l’Immigrazione e l’integrazione. Tra le feroci lotte per la distribuzione dei ministeri, la sua è una delle poche nomine su cui c’è consenso trasversale.

Sharon Nizza

La sua infanzia è stata segnata da un’epopea che negli anni Ottanta ha consentito a 20 mila ebrei etiopi di raggiungere Israele, di recente raccontata anche nel film per Netflix “Red Sea Diving”. «Sono nata nel villaggio di Wuazaba in Etiopia. Nel 1984, a tre anni, ho attraversato il Sahara a piedi con i miei genitori e sette fratelli per raggiungere Israele nell’ambito dell’Operazione Mosè. Mia madre e due fratelli rimasero in Sudan e la famiglia si è riunita solo dopo un anno».

Questa nomina rappresenta quindi la chiusura di un cerchio?

«È un momento molto emozionante per tutta la mia comunità e una conquista per tutta la società israeliana».

Anche con Gantz c’è stato una sorta di ricongiungimento.

«Gantz era il comandante dell’unità speciale coinvolta nell’Operazione. Non lo sapevo. Quando abbiamo formato Blu e Bianco (l’alleanza guidata da Gantz, ndr ), in un convegno ha raccontato che una delle operazioni che più l’hanno coinvolto nella sua lunga carriera fu proprio quella e così abbiamo ricostruito che io ero una delle bambine che aveva portato in salvo».

Con il giuramento del governo in vista dopo oltre 500 giorni di stallo politico, si può tirare un sospiro di sollievo?

«Siamo riusciti a mettere in piedi un governo di unità nazionale e a impedire così quarte elezioni. Netanyahu e Gantz hanno dimostrato che la giusta strada è quella della cooperazione».

Yair Lapid,

Dal 2012 lei era parlamentare per Yesh Atid, C’è un futuro, il partito di Yair Lapid, che ha preferito sciogliere l’alleanza con Gantz e rimanere all’opposizione. Che cosa l’ha spinta ad abbandonare Lapid?

«Come ha detto Einstein, la follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. Abbiamo provato non una, due, ma ben tre volte a formare un governo. Il fatto che ogni volta dopo le elezioni i numeri non lo consentissero era la dimostrazione che il popolo richiedesse unità nazionale».

In molti vi definiscono traditori…

«A volte le opzioni non sono ottimali, ma bisogna sapere prendere decisioni. I politici devono anche dimostrare pragmatismo. Se non avessimo dimostrato la capacità di scendere a compromessi, avremmo causato un disastro nazionale, con quarte elezioni, che avrebbero avuto probabilmente un altro risultato non determinante, con ulteriore sperpero di soldi pubblici».

Yitzahk Shamir e Shimon Peres

Questo sarà il governo più largo e costoso della storia del Paese, con 36 ministri.

«Il costo di elezioni anticipate sarebbe stato decisamente più elevato. L’emergenza Coronavirus con oltre un milione di disoccupati rappresenta una sfida nazionale e ci sono dei momenti, e questo il nostro Paese lo sa bene, in cui l’unità è l’unica strada percorribile. È già successo nel 1967 con il governo Eshkol-Begin e nel 1984 con Shamir-Peres. Nella comunità etiope, in cui sono nata e cresciuta, l’unità è un valore fondamentale. Abbiamo attraversato epopee incredibili per raggiungere questo Paese, spinti dall’amore per questa terra. Personalmente, mi era più difficile pensare che avrei potuto votare contro l’unità nazionale. Ho lasciato Yesh Atid per non mentire a me stessa».

Dopo un anno e mezzo di dibattito pubblico avvilente tra le fazioni politiche, c’è speranza?

«Non c’è dubbio che l’incertezza di questo anno e mezzo abbia creato un clima di diffidenza. Nel preambolo delle linee guida è menzionato che questo è un governo di emergenza e di conciliazione nazionale, verrà istituito anche un gabinetto per la pacificazione. La diversità di opinioni è legittima e importante, ma il settarismo, specie se sconfina nel bullismo mediatico, non va tollerato. E dobbiamo cominciare noi, come leadership, a dare un esempio».

 (Repubblica)

 

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