La Moralità di sir Sacks

Jonathan Sacks e la Regina Elisabetta

di Susanna Nirenstein –

L’ultimo saggio di Jonathan Sacks: siamo troppo infelici e non riusciamo a guarire. Per questo una morale del bene collettivo deve entrare nel mercato e nella società Il rabbino Jonathan Sacks è un maestro di armonia. Pensatore globale, filosofo, teologo, è un uomo che non si tira mai indietro quando si tratta di affrontare e combattere a tu per tu i mali che travolgono il mondo. E non vi immaginate che si rivolga solo al pianeta ebraico, il suo è uno spirito universalista che prende spunto dai dettami della Bibbia, ma si sporge verso un’audience totale, rompendo in fondo quella convinzione così diffusa che dal giudaismo possa nascere solo una lezione particolaristica, radicata nell’esclusiva vicenda ebraica.

Susanna Nirenstein

La sua è una voce profetica riconosciuta a tutto tondo: nato nel 1949, è stato rabbino capo della Gran Bretagna e del Commonwealth dal 1991 al 2013, la Regina Elisabetta l’ha fatto Sir per i servizi resi alle relazioni interreligiose e poi Barone con un seggio a vita nella Camera dei Lord: lo scranno da cui parla, insegna, scrive i suoi libri (25 finora), tiene le sue trasmissioni sulla Bbc, viene seguito da migliaia di persone sul suo sito dove alterna lezioni di Torah a interventi sulle tematiche politiche e sociali più attuali, ha una dimensione planetaria.

Aggredito dalle tensioni che ci attraversano, al centro della sua ricerca è il bene, un bene dove tutti i popoli possano procedere insieme, ed è in questo spazio redentivo che pochi anni fa ha dato una delle maggiori prove di sé, Non nel nome di Dio , edito dalla casa editrice Giuntina nel 2017. Un saggio stupefacente anche per chi frequenta i testi sacri, dove si chiede il perché tanta violenza sgorghi da matrici religiose, principalmente dal fondamentalismo islamico, per rispondersi come, interrogando il testo comune alle tre religioni monoteistiche, si possa invece trovare una risposta unificante, perché le rivalità fraterne come quelle tra Caino e Abele, tra Isacco e Ismaele, tra Giacobbe e Esau, tra Giuseppe e i suoi fratelli non sono affatto definitive, ma sono invece interpretabili, dirimibili e pongono già le basi per una ricomposizione che dovrebbe diventare il dovere di ogni uomo di fede.

Adesso la sua sete di palingenesi si fa ancora più grande: è appena uscito in Gran Bretagna Morality, Restoring the Common Good in Divided Times ( Moralità: ristabilire il bene in tempi divisivi ) – testo che verrà pubblicato negli Usa a settembre e entro la fine 2020 in Italia, sempre per Giuntina naturalmente – e chi affronta un tema, un obiettivo del genere, senza pensare di fare una banale predica buonista ma corredandola di migliaia di dati, citazioni, ricerche, analisi sociologiche, filosofiche, storiche, ha davvero coraggio da vendere.

 

Rav Jonathan Sacks si getta nell’arena indicando ad ognuno come ragionare smettendo di illudersi che il bene del singolo possa prescindere da quello della collettività, smettendo di perdere di vista quanto siamo interconnessi gli uni agli altri, una riflessione che al tempo del Covid 19 può diventare ancora più attuale.

Il suo ragionamento parte da un documentatissimo grido d’allarme: la democrazia liberale è a rischio, come è a rischio tutto ciò che rappresenta in termini di libertà, dignità, solidarietà che non possono essere sostenute solo dall’economia di mercato e dallo Stato. Quello di cui ha bisogno è la moralità, l’impegno attivo nei confronti dell’altro, un rimettere al suo posto primario il “Noi” e non l’“Io”.

Il Labour di Corbyn si è distinto per antisemitismo

Troppi i segnali che ci indicano una decadenza, una destabilizzazione, a cui bisogna reagire: il sovranismo della Brexit e l’antisemitismo che ha preso piede nel Labour inglese, le rivolte violente dei gilet gialli in Francia, un presidente Usa tanto divisivo (il 15 per cento degli americani ha smesso di parlare con un parente o un amico in conseguenza di quelle elezioni), la demonizzazione reciproca che prende piede in tutte le arene politiche, la crescita del populismo nata dal risentimento contro istituzioni ed élite da parte di chi ha visto aprirsi disuguaglianze inaccettabili, la perdita di fiducia nelle istituzioni pubbliche, la nascita di politiche identitarie che si concentrano su gruppi e minoranze a discapito dell’interesse per la collettività.

Ma oltre a questi macrofenomeni, sottolinea il rabbino Sacks, figura che non può non pensare all’anima dei singoli, c’è una contraddizione pesante e all’apparenza irrecuperabile tra il benessere che sicuramente è cresciuto nel mondo e la mancanza di felicità personale: nel 2017 negli Usa, per citare dei dati, 70200 americani sono morti di overdose, il doppio di dieci anni prima. Il tasso dei suicidi è salito del 33 per cento. E l’abuso di droghe è collegato al fenomeno della depressione, un male da cui il 70 per cento dei giovani americani, tra i 13 e i 17 anni, si sente o si è sentito toccato nell’ultimo decennio.

Nel frattempo il 20 per cento delle quattordicenni in Gran Bretagna si sono rese responsabili di episodi di autolesionismo: la iGen, la generazione nata nel 1995 o dopo, è spaventata, terrorizzata.

Complici di questa situazione, l’attacco alla libertà di parola (stigmatizzata sui vari Facebook e affini e nelle università dove ogni opinione politically uncorrect viene censurata), e, tra molte altre componenti, i social, che hanno mutato la natura dell’incontro interpersonale, ponendo il sé, l’autostima, l’individualismo, l’autorealizzazione, l’autoespressione e non la società al centro della vita.

Ci sono altre, infinite, trasformazioni negative verso cui Sir Sacks punta il dito, mostrando ancora una volta come il suo pensiero non sia mai pedissequamente up to time e progressista, come il declino del matrimonio e della famiglia, che sono invece, a suo parere e non solo, la prima molla dell’altruismo e della moralità.

La felicità continua a sfuggirci. E se l’economia della disuguaglianza non si placherà (l’amministratore delegato della Disney nel 2018 ha ricevuto una paga 1424 volte la retribuzione media di un lavoratore della compagnia), continuerà a sfuggirci, e non solo: in un’economia globalizzata lascerà enormi aree svantaggiate in sofferenza.

Per combattere questo “cambiamento climatico culturale” l’idea di Sacks è che ognuno, a iniziare dai mercati e dalle industrie che devono ridiventare un’economia interessata non solo al profitto ma anche all’impatto sociale (molti i buoni esempi che porta), ha il dovere di riassumersi le proprie responsabilità. Dobbiamo farlo noi, uno per uno, e tutti insieme, ripartendo dai principi fondanti della moralità, da quel che orgogliosamente Sacks rivendica all’ebraismo e che invece così spesso viene attribuito alla sola cristianità, ovvero dalle parole che Dio disse a Mosè (Levitico 19,18): «Amerai il prossimo tuo come te stesso».

 (Repubblica)

 

Condividi