La pace in Medio Oriente
La stangata di Donald

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di Niram Ferretti –

A breve, entro l’estate, così si suppone, vedrà la luce la road map che l’Amministrazione Trump ha disegnato per “risolvere” il conflitto arabo-israeliano declinatosi, dal 1967 in poi, in conflitto israelo-palestinese con il sorgere improvviso di un popolo autoctono costruito in funzione anti-israeliana.

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Niram Ferretti

Donald Trump ha ormai abituato l’opinione pubblica mondiale a mosse politiche brusche e risolute costringendo tutti a stargli dietro con reazioni a maggioranza sommamente negative. La decisione, il dicembre scorso, di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, lo spostamento assai veloce dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme avvenuta il 14 di maggio, (malgrado gli “esperti” dichiarassero che non sarebbe mai avvenuta durante il suo mandato), il taglio di fondi all’UNRWA e all’Autorità Palestinese, l’avere messo con le spalle al muro Abu Mazen, tutto ciò ha ridefinito in modo dirompente lo scenario.

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Ivanka Trump inaugura l’ambasciata Usa a Gerusalemme

Si è trattato, come in altre circostanze, di rompere gli schemi, di dare un calcio ad assetti tattici consolidati. La tecnica trumpiana è da filibustiere, è pacchiana ed eversiva, obbliga gli interlocutori a rinculare, a mostrare di che pasta sono fatti.

Di che pasta è fatto Abu Mazen, Trump se me è accorto presto. Dopo un iniziale incontro alla Casa Bianca giudicato assai cordiale, da alcuni fin troppo, è poi arrivata la doccia fredda. Durante il secondo incontro con il presidente dell’Autorità Palestinese, avvenuto a Ramallah durante il viaggio che il presidente americano fece in Israele l’anno scorso, l’atteggiamento, da benevolo era già diventato ruvido.

Abu Mazen e Donald Trump

Abu Mazen e Donald Trump

Da allora le cose sono precipitate. Trump ha preferito altri interlocutori e non ne fa mistero. Si tratta di big playerscome l’Arabia Saudita, la costellazione degli emirati, e ovviamente l’Egitto e la Giordania. Tutto ciò non ha fatto che evidenziare l’irrilevanza dell’Autorità Palestinese nel determinare un eventuale processo di pace.

Ehud Olmert

Ehud Olmert

Cosa arcinota da almeno vent’anni e massimamente da un decennio, da quando Abu Mazen, difronte al pacchetto assai vantaggioso che gli propose Ehud Olmert nel 2008 e che conteneva il 94% dei territori della Cisgiordania, Gerusalemme Est come capitale, più terreitori aggiuntivi da definire, continuò a giocare a rimpiattino trovando una magnifica sponda in Barack Obama.

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Trump ha dunque messo completamente a nudo l’anziano capataz cisgiordano, ne ha mostrato l’inaffidabilità e la debolezza, mostrandolo prima di tutto ai palestinesi stessi. E’ a loro, infatti, che si rivolge, non alla dirigenza palestinese totalmente incapace di decidere alcunché, in lotta da quattordici anni con Hamas, afflitta da corruzione cronica e unicamente interessata a perpetuare lo status quo.

Qualsiasi sia la forma della road map americana, una cosa è certa, il tavolo su cui si sta giocando la partita di un conflitto oggettivamente e definitivamente vinto da Israele sul piano militare e tenuto in vita ideologicamente e finanziariamente dall’Iran e dall’Europa, è quello tra USA e mondo arabo sunnita. Quest’ultimo da tempo assai disaffezionato nei confronti di una causa che considera essenzialmente marginale per l’equilibrio geopolitico del Medioriente.

(L’Informale)

 

 

 

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