La precaria antisionista
Rifiuta di lavorare
per boicottare Israele

Boycott Israel contestazione degli accordi tra Technion di Haifa e Politecnico di Torino

 di Riccardo Ghezzi

La Repubblica ha riportato la notizia di una giovane ricercatrice precaria torinese che, in seguito al dottorato, ha deciso di non continuare a studiare le energie rinnovabili per evitare di collaborare con un ateneo israeliano.

La giovane, rimasta anonima, inanella una serie di luoghi comuni e disinformazione su Israele che forniscono un allarmante quadro della situazione universitaria.

Sono tanti gli studenti, come lei, vittime di una feroce propaganda antisionista che in taluni casi parte dagli stessi docenti, basti pensare all’appello per il boicottaggio della Technion di Haifa.

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Rriccardo Ghezzi

“Rinuncio all’assegno di ricerca per boicottare l’università di Tel Aviv e Israele” è il virgolettato della ricercatrice precaria riportato da Repubblica. La giovane continua: “Mi è stato proposto un assegno di ricerca all’interno di un progetto finanziato dal fondo europeo Horizon 2020. Si sarebbe trattato di un lavoro nell’ambito della ricerca energetica in collaborazione con l’università israeliana di Tel Aviv, ma ho rifiutato l’offerta perdendo di conseguenza il lavoro e, con ogni probabilità, qualsiasi velleità di carriera accademica in Italia”.

Queste parole sono apparse sulla pagina facebook del Collettivo universitario autonomo (Cua) di Torino. La ricercatrice ha quindi scelto di perdere il lavoro piuttosto che collaborare con una università israeliana, ma le ragioni che adduce sono i principali cavalli di battaglia della propaganda, o meglio disinformazione, antisionista:  “Le istituzioni accademiche sono un punto chiave della struttura ideologica ed istituzionale del regime di oppressione, colonialismo ed apartheid di Israele contro la popolazione palestinese.

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Technion di Haifa

Fin dalla sua fondazione, l’accademia israeliana ha legato il proprio destino a doppio filo con l’establishment politico-militare, e nonostante gli sforzi di una manciata di accademici interni, tale istituzione rimane profondamente impegnata a supportare e perpetuare la negazione dei diritti dei palestinesi da parte di Israele”.
E ancora: “Quando ho annunciato la mia decisione ho visto lo sgomento e incredulità delle persone che mi stavano proponendo come ‘persona giusta per il progetto’ (alla faccia dei concorsi pubblici, ma non dico una novità) e che ritenevano si trattasse per me di un’opportunità imperdibile. La sola cosa che potevo fare era non collaborare anche a costo della carriera”.
Apartheid, colonialismo, oppressione, negazione di diritti. C’è tutto. Manca la chiosa:  “Come non pensare ad una perfetta installazione di sistemi fotovoltaici nelle colonie illegali, isole autosufficienti ed ipertecnologizzate, mentre al di là dei muri la popolazione palestinese viene costretta a morire di sete? Per quanto la chiarezza del tema di cui mi sarei dovuta occupare abbia reso la decisione più netta, non credo che la storia sarebbe dovuta andare diversamente se si fosse trattato, che ne so, di biotecnologie, o anche di studi filologici. La legittimazione di un sistema di apartheid e violenza non ha dipartimento”.

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La nuova università di Torino

Dunque, i palestinesi muoiono anche di sete per colpa degli israeliani. Bugie e convinzioni ideologiche che circolano su internet ma sono state più volte smentite. Nonostante questo, persino in ambienti universitari vengono trattate come verità assolute, postulati indiscutibili. Al duro attacco della ricercatrice precaria mancano solo le leggende degli ebrei che avvelenano i pozzi o espiantano gli organi dai cadaveri dei palestinesi.
Stiamo parlando dell’università di Torino, ambiente in cui alcuni studenti per celebrare il Giorno della Memoria autogesticono convegni su presunte complicità tra nazismo e sionismo, con relatori autodidatti, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi.

Non a caso, dagli stessi studenti è arrivato un plauso all’iniziativa della studentessa: “Appoggiamo e supportiamo la decisione della ricercatrice torinese che ha rifiutato un assegno di ricerca perché in collaborazione con l’Università israeliana di Tel Aviv” hanno commentato i militanti del collettivo Studenti Contro il Technion.

(L’informale)

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