La prima mossa
Botta e risposta
Augias-Segre  

Nuovo confronto da lontano fra Corrado Augias ed Emanuele Segre. Tutto è nato dalla risposta di Augias su Repubblica alla lettera di un lettore, dove la Guerra dei Sei giorni venne definito “una vittoria maledetta”…

Corrado Augias

Caro Segre mi sottraggo al suo invito ma non voglio sembrarle scortese. Una discussione pubblica sarebbe semplicemente inutile e servirebbe solo a ribadire ciascuno nelle proprie posizioni quali che siano.

Ernest Renan

Ribadisco il finale del mio intervento seguendo il famoso consiglio di Ernest Renan nel suo saggio ‘Che cos’è una nazione’. e se ho scritto e qui ribadisco che Israele per primo dovrebbe ‘dimenticare’ (mantenendo ovviamente tutte le cautele e le difese per la sua sicurezza – questo va da sé) è perché Israele ha una struttura democratica, un opposizione intelligente, una tolleranza verso il dissenso tutte cose che nei paesi arabi esistono in misura molto minore o non esistono affatto.

In virtù di queste circostanze politiche, tocca a Israele la prima mossa come era accaduto a Rabin per il quale conta meno ciò che disse nel discorso da lei citato del fatto di essere riuscito a stringere una trattativa che pareva avviata a buon fine. Di questo Israele i suoi amici come lei e me ha bisogno – quanto a lungo si può vivere con i confini segnati da un muro?

Emanuel-Segre-Amar

Gentile dr Augias, mi rincresce che lei non voglia affrontare l’argomento in pubblico. Ebraicamente ritengo che il confronto intellettuale sia sempre una base necessaria per fare emergere la verità. Un confronto dialettico non è dato per ribadire posizioni già assunte, come le sarà noto dal Talmud, ma per confrontarle e constatare sulla base, in questo caso di fatti precisi, quale sia la migliore, la più fondata. Ma devo constatare che Proust aveva ragione quando scriveva che “I fatti non hanno accesso nel regno delle nostre fedi”.

Marcel Proust

Ora mi permetta, di approfittare della sua disponibilità al confronto, se non altro epistolare, per dirle che questa frase la sento da quando portavo i pantaloni alla zuava, che Israele “dovrebbe fare la prima mossa”. E’ dagli anni ’30 quando non era ancora Stato che ha tentato la prima mossa, e ancora nel 1947, quando contravvenendo ciò che aveva stabilito il Mandato Britannico per la Palestina del 1922, l’ONU, con la Risoluzione 181, raccomandò un’ulteriore spartizione del territorio che il Mandato aveva assegnato agli ebrei, a favore degli arabi. Gli ebrei accettarono questa ulteriore diminuzione territoriale, gli arabi, in risposta lo attaccarono, e se non fosse andata come andò, la Shoah, dai carnai d’Europa sarebbe continuata in Medio Oriente.

Da allora Israele, la prima, seconda, terza e quarta mossa l’ha sempre fatta, e non starò qui a ricordarle tutte le tappe. Gliene bastino due, gli Accordi di Oslo del 1993-1995 e quelli di Camp David del 2000. Le risposte furono due intifade, con la Seconda che inaugurò un regno del terrore durato cinque anni. Poi fu il turno di Gaza, lasciata nel 2005. Avrebbe potuto prosperare e diventare la Singapore del Medio Oriente, invece si è trasformata nel feudo di Hamas. In parole povere, Israele ha sempre avanzato proposte, e la risposta è sempre stata “Non è abbastanza”.

Guerra dei sei giorni

Israele in nome della pace restituì all’Egitto i territori del Sinai catturati nella guerra dei Sei Giorni, ma non ha rinunciato alla sua legittima rivendicazione di una porzione dei territori, la Giudea e Samaria, (Cisgiordania) che gli erano stati assegnati dagli inglesi a occidente del Giordano i quali sono già stati ripartiti dagli Accordi di Oslo, lasciando a Israele il controllo pieno solo dell’Area C.

Terra in cambio di pace. Ha funzionato? Non è mai abbastanza, quando si è in totale malafede. Dopo gli Accordi di Oslo, appena firmati, Arafat, così coccolato in occidente, in una moschea di Johannesburg dichiarò che lui onorava gli accordi come Maometto e Saladino rispettavano gli accordi che firmavano. Ma lei chiede ancora a Israele di fare la prima mossa…

In conclusone, è curioso che lei sappia cosa contava di più per Rabin, se degli accordi che firmò pur assai riluttante, o quello che disse in quell’ultimo discorso alla Knesset, che è una presa di coscienza molto ferma e netta, e può essere considerato il suo testamento politico.

Mi chiede quanto tempo si può vivere con dei confini segnati da un “muro”? (e qui mi permetta di specificare che si tratta di una barriera difensiva per lo più in reticolato di metallo di cui una parte minima è composta da spezzoni di cemento, ma sortisce sempre un felice effetto demagogico chiamarla “muro”).

Le rispondo in modo molto semplice, fino a quando, chi sta dall’altra parte della barriera, avrà desistito dal volere uccidere gli ebrei e onorerà maggiormente la vita invece della morte.

 

 

 

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