La “prova di forza” dell’Islam

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di Giordano Stabile –

Gerusalemme Est deve essere la capitale dei palestinesi. L’America di Trump non è più credibile come un mediatore. La difesa della Città Santa resta la “linea rossa” per tutti i musulmani. Al vertice di Istanbul le 57 nazioni dell’Organizzazione dei Paesi islamici si sono compattate. Ma al di là della retorica di fuoco del padrone di casa, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, la spaccatura fra moderati, guidati dall’Arabia Saudita, e il “fronte della resistenza” a leadership iraniana, è rimasta sotto alla superficie e, alla fine, il punto di mediazione ricalca le posizioni tradizionali di Riad e lascia la porta aperta a una trattativa con Israele.

diGiordanoStabile

Giordano Stabile

Al vertice hanno partecipato 48 Paesi, con una ventina di capi di Stato e di governo. Tutti si sono trovati d’accordo nel dichiarare “Gerusalemme Est capitale dello Stato di Palestina”.

Le nazioni islamiche hanno poi chiesto agli altri Paesi di seguirli su questa linea. A ben guardare è un proclama accettabile anche in Occidente, perché di fatto riconosce la parte occidentale della città come capitale dello Stato ebraico e quindi punta alla soluzione “due popoli, due Stati” portata avanti dagli accordi di Oslo in poi.

Turkey's President Tayyip Erdogan addresses members of parliament from his ruling AK Party (AKP) during a meeting at the Turkish parliament in Ankara, Turkey, December 5, 2017. REUTERS/Umit Bektas

Tayyip Erdogan

È il leader turco Erdogan, nel suo discorso, ad alzare i toni dello scontro. Attacca gli Stati Uniti e Israele. «Oggi abbiamo mostrato al mondo l’unità del mondo islamico – ribadisce -. La decisione di Trump getta nel caos la regione, dà forza ai fanatici e mette fine al processo di pace». Poi alza ancora il tiro: il presidente americano «ha una mentalità sionista», è del tutto sbilanciato a favore di Israele. Ha toccato «la linea rossa dei musulmani» è per questo non ha più i requisiti di mediatore.
abu-mazen-reuters-258Il presidente palestinese Abu Mazen ripete lo stesso concetto. La fine della mediazione americana, nei piani del vecchio raiss, conduce a un’azione opposta quella seguita da 25 anni. Abu Mazen, di fronte ai “fratelli islamici”, rivela che l’Autorità palestinese ha «cancellato tutti gli accordi con Israele», compreso Oslo, si rivolgerà al Consiglio di sicurezza dell’Onu e chiederà la «piena ammissione» alla Nazioni Unite: «Non ci sarà pace finché Al-Quds (Gerusalemme) non sarà riconosciuta come capitale dello Stato di Palestina». I toni di Abu Mazen rimandano alla soluzione a «uno Stato», un balzo indietro nel tempo, che piace agli oltranzisti.

Hassan Rohani

Hassan Rohani

Non a caso è il presidente iraniano Hassan Rohani a fare eco alle sue parole: «Non si è raggiunta la pace in Medio Oriente perché i mediatori Usa non sono mai stati onesti». Rohani ha limato la sua posizione in un bilaterale a porte chiuse con Erdogan, ma resta inaccettabile per l’Arabia Saudita. A Istanbul la delegazione saudita è di secondo livello eppure sono le parole di Re Salman, da Riad, a esprimere il punto finale. «Il Regno – precisa – chiede una soluzione politica e il ripristino dei diritti legittimi dei palestinesi, incluso quello di uno Stato indipendente con capitale Gerusalemme Est».

Donald Trump e il re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud

Donald Trump e il re saudita Salman

Re Salman evita di criticare l’America. Dalla Casa Bianca arriva una prima risposta: Trump «resta impegnato» a elaborare il suo piano, «di cui beneficeranno sia il popolo israeliano che quello palestinese».

Dietro le quinte, i sauditi sottolineano come Trump abbia lasciato i confini della Città Santa da «stabilirsi» e quindi c’è spazio per la soluzione “due popoli, due Stati” e il loro piano di pace, anche se modificato nei colloqui fra il principe ereditario Mohammed bin Salman e l’inviato della Casa Bianca Jared Kushner, con il sobborgo di Abu Dis destinato a diventare capitale palestinese. Ed è proprio sull’erede al trono che punta lo Stato ebraico per riaprire le trattative. Ieri il ministro israeliano dell’intelligence Yisrael Katz lo ha invitato esplicitamente in Israele, dopo la sua visita in incognito dello scorso settembre.

 

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