La rabbia dei falchi

di Andrea Massardo –

Nella giornata di sabato ancora una volta la popolazione israeliana – qualche migliaio di unità – è scesa nelle strade di Gerusalemme per protestare contro il capo del governo Benjamin Netanyahu. A provocare le critiche, questa volta, non sarebbero state però semplicemente le questioni legate alle pendenze giudiziarie del premier israeliano ma anche il recente accordo di mediazione concluso con gli Emirati Arabi Uniti per una nuova collaborazione tra il mondo arabo e quello israeliano. E soprattutto, a convincere molti a scendere per le strade ci sarebbe stato il ritorno sui propri passi per quanto riguarda i territori occupati, cui annessione – dopo il vertice con gli EAU – è stata rimandata a data da destinarsi, provocando la rabbia dei coloni della regione.

Andrea Massardo

Già nell’ultima tornata elettorale si parlava della possibilità che, dopo tanti anni, Netanyahu perdesse la possibilità di diventare premier del Paese, cedendo il passo al leader dell’allora opposizione Binyamin Gantz.

Tuttavia, nonostante le difficoltà che si sono effettivamente verificate, ancora una volta il pluriennale premier di Israele e riuscito a conquistare il Knesset e incassare la fiducia dell’elettorato israeliano, dimostrando la solidità del suo potere e mettendo a tacere – in forma di alleato – il suo unico vero sfidante. E in questo modo, realisticamente, è anche riuscito a far cadere l’idea che lo stesso Gantz possa essere un’alternativa alla sua figura, giocandosi una carta fondamentale per quando il Paese sarà chiamato nuovamente alle urne.

I palestinesi tengono una foto che ritrae il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed al-Nahyan che indossa una stella ebrea durante una protesta contro gli Emirati Arabi Uniti

Una parte dell’elettorato di Netanyahu era però composta da quei coloni israeliani che da anni vivono nei territori occupati della Cisgiordania e che dall’incontro con gli EAU non possono che essere rimasti delusi. Tuttavia, non bisogna dimenticarsi di come la maggioranza dei coloni fosse però parte integrante dell’elettorato di un altro candidato premier da anni sulle scene politiche israeliane – Avigdor Lieberman – e dunque già fuori dalle logiche propagandistiche del premier israeliano.

A seguito degli eventi causati dalla pandemia di coronavirus, lo Stato di Israele è incorso in una miriade di problematiche economiche e sociali che hanno portato la disoccupazione oltre al 20% ed hanno provocato le proteste della popolazione. In modo particolare e come accaduto anche nel mondo occidentale, a subire i danni peggiori è stato il ceto medio del Paese, cuore pulsante dell’elettorato di Netanyahu e obbligato a convivere con le difficoltà causate dal clima di instabilità dell’economia mondiale.

Rispetto a quanto però si possa presagire dalla serie di manifestazioni che hanno avuto luogo nelle ultime settimane, per, difficilmente la posizione di Netanyahu può essere considerata solida e non in pericolo, anche grazie alla poca sostanza delle posizioni dei propri avversari.

Con l’eccezione di Gantz – che rischia però di essersi “bruciato” con l’alleanza di governo – nessun candidato ha la possibilità di arrivare ai numeri ottenuti da Likud e, di conseguenza, di stringere solide alleanze nel Knesset. Quasi nessuno agli occhi della popolazione ha svolto infatti qualcosa di rilevante in questi mesi per aiutare i cittadini, mettendo sotto questo aspetto tutti i partiti politici sullo stesso identico piano. E l’approvazione di Netanyahu, dunque, non sembra almeno in questo momento essere in pericolo, lasciando il premier israeliano nella condizione di poter dormire sonni tranquilli – almeno sotto il piano elettorale.

(Giornale)

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