La resistenza alla Resistenza

Comizio di Sandro Pertini a Milano

Comizio di Sandro Pertini a Milano

di Amedeo Osti Guerrazzi –

Puntuali come ogni anno arrivano le polemiche sulla festa nazionale del 25 aprile. Un sindaco che rifiuta di esporre la bandiera, un rappresentante delle istituzioni o del governo che manda un messaggio polemico, e subito si scatenano le esternazioni, i «post», i «tweet», eccetera. Il caso italiano è abbastanza peculiare. In nessun paese occidentale la memoria è così divisa o addirittura frammentata. Nessuno in Francia, se non sparute minoranze, oserebbe mettere in discussione i valori della Rivoluzione del 1789, come nessuno in Germania ha da ridire sulla caduta del Muro di Berlino, per non parlare della sacralità del 4 luglio negli Stati Uniti. I valori della democrazia e della libertà sono universalmente riconosciuti, e fanno parte integrante dell’identità delle nazioni.

Amedeo_Osti Guerrazzi

Amedeo_Osti Guerrazzi

Invece in Italia si dibatte ancora oggi, e ancora oggi la «Repubblica nata dalla Resistenza» è oggetto di critiche. I «Valori» della Resistenza possono essere messi tra virgolette beffarde che vorrebbero sottolineare l’ipocrisia di un movimento partigiano (nel senso di un movimento di una parte politica), e di una repubblica falsamente democratica.

Che la memoria sia divisa è un dato di fatto, e non c’è nulla di male. Come ha sottolineato anni addietro Sergio Luzzatto, non è possibile che la memoria della famiglia di un deportato per motivi politici o razziali sia la stessa di quella della famiglia di un ex gerarca fascista. Tuttavia quello che stupisce è la discussione non tanto sui fatti storici, ma sui risultati oggettivi della Resistenza italiana.

Incontro con Italo CalvinoCi si può interrogare sulle storture, sugli sbagli, sugli errori della Resistenza, ma che si critichi ciò che la Resistenza ha oggettivamente creato è difficilmente comprensibile. Tuttavia è oggettivo che parti anche non troppo piccole della politica italiana si rifiutino di dare un giudizio positivo sulla Resistenza e sulla lotta partigiana, basandosi su «riletture» e «antistorie» della guerra civile abborracciate da storici improvvisati.

I libri che raccontano «le verità negate» o le «storie mai narrate» del periodo 1943-1945 riempiono interi scaffali delle librerie. La «contro-narrazione« storica che intende distruggere la «storia ufficiale», o la «vulgata antifascista» ha un successo notevolissimo e sempre crescente.
Il metodo di questi scritti «revisionisti» è sempre lo stesso, e ricorda molto quello dei negazionisti dell’Olocausto: ci si attacca a un episodio particolare, a uno sbaglio, a un crimine commesso da un partigiano per attaccare in toto l’intero movimento. Altre volte invece si sottolinea la «minorità» del movimento partigiano e la sua scarsa incidenza sugli eventi bellici per dichiarare i resistenti come dei semplici approfittatori della guerra.

partigiani-982x540Se questi pubblicisti rimanessero confinati in un settore di nicchia, letti da pochi nostalgici, la cosa non sarebbe preoccupante, ma evidentemente ciò non è così. Il problema è che una parte consistente della società italiana rifiuta non solo la Resistenza, ma proprio ciò che la Resistenza ha ottenuto, cioè la libertà e la democrazia per il nostro paese.
Tutto questo è decisamente preoccupante. Evidentemente una fetta importante dell’opinione pubblica (e dell’elettorato), preferirebbe nettamente vivere in una dittatura piuttosto che in un paese democratico. Per questo motivo è così difficile discutere con chi attacca la Resistenza.
Da parte mia, vorrei soltanto ricordare una frase attribuita a Vittorio Foa durante una discussione con il fascista Giorgio Pisanò: «Se aveste vinto voi, io sarei ancora in galera. Abbiamo vinto noi, e tu sei senatore della Repubblica».
Non c’è altro da dire.

(Stampa,)

 

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