La ricetta di Liberman per la pace
“Unione delle forze moderate
per sconfiggere il terrorismo””

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I rapporti con i Paesi arabi, la lotta al terrorismo, la questione degli insediamenti e le attese per le prossime mosse del presidente americano Donald Trump: il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman affronta tutte le questioni chiave del Medio Oriente in questa intervista al quotidiano tedesco Die Welt. A lungo ministro degli Esteri, Lieberman è considerato un personaggio centrale nell’esecutivo israeliano, espressione dei “falchi” contrari a concessioni nei confronti dei palestinesi.

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Avigdor Lieberman

Signor ministro, nelle sue ultime dichiarazioni il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubayr, è sembrato offrire a Israele qualcosa di simile a un’alleanza informale, perlomeno in relazione all’Iran. Sta prendendo forma una coalizione?  Per me la notizia più bella degli ultimi tempi è il fatto che gli Stati sunniti moderati abbiano compreso che il maggior pericolo per loro non è Israele o il sionismo, oppure gli ebrei, ma l’Iran. Credo che gli Stati arabi moderati abbiano bisogno di Israele per la loro sopravvivenza, più di quanto Israele abbia bisogno di loro. Non dovrebbe trattarsi soltanto di un’alleanza informale. È tempo di dar vita ufficialmente a una coalizione, a un’unione di tutte le forze moderate del Vicino Oriente – non importa se si tratta di musulmani, ebrei o cristiani – contro il terrorismo.
Se Israele vuole trovare una soluzione con gli Stati arabi, deve anche essere disposto a dare qualcosa. È una soluzione è più nell’interesse degli Stati arabi che nel nostro.
Perché?  Le possibilità di cui disponiamo dovrebbero convincere gli arabi che noi possiamo offrire loro più di quanto loro possano offrire a noi. Il problema sono le loro popolazioni. Dopo decenni di lavaggio del cervello contro Israele non è così facile aprirle a un nuovo modo di pensare. Ma le classi dirigenti sanno benissimo quale potrebbe essere il nostro contributo.

h_51782768-512x341Cercate a volte un mediatore? Magari in Europa?  Non abbiamo bisogno di mediatori, per parlare con i nostri vicini. Il coinvolgimento europeo e internazionale nel conflitto con i palestinesi è stato controproducente: hanno preso una posizione unilaterale a favore dei palestinesi. Il miglior contributo che l’Europa possa offrire in questo conflitto è semplicemente quello di dimenticare il Medio Oriente.
Cosa si aspetta dal presidente Trump?  Trump fa bene a non voler imporre niente a nessuno. In Israele c’è chi, come il nostro presidente Reuven Rivlin, ritiene che la soluzione migliore consista in un unico Stato. Queste voci sono presenti anche nella sinistra israeliana e tra i Palestinesi.
E lei, quale soluzione preferisce?  Uno stato ebraico. È per questo che a 20 anni sono emigrato dall’ex Unione Sovietica. Ma la soluzione dei due Stati, attorno alla quale sono ruotate le trattative negli ultimi anni, creerebbe una situazione anomala: da un lato uno Stato palestinese omogeneo, nel quale non vive praticamente nessun ebreo. Invece, Israele rimarrebbe uno stato bi-nazionale con una minoranza araba di più del 20%. È un approccio sbagliato. Il principio “terra in cambio di pace” non funziona. Dobbiamo scambiare la terra e le popolazioni.

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Quando lo ha proposto per la prima volta, l’hanno accusata di incoraggiare le deportazioni. È falso. Non si sposterebbero le persone, ma i confini. Gli arabi che vivono in Israele potrebbero rimanere nei loro villaggi e nelle loro case. Questo avrebbe molto più senso che ritornare ai confini della Guerra dei Sei Giorni del 1967.
Crede davvero che i palestinesi accetterebbero di lasciare a Israele i Territori occupati nel 1967, dove sono stati edificati insediamenti ebraici?
Gli insediamenti non sono un ostacolo alla pace. Abbiamo concluso accordi di pace con l’Egitto e la Giordania, nonostante gli insediamenti. E, viceversa, nella Striscia di Gaza abbiamo abbandonato 21 prosperi insediamenti, senza però ottenere nessuna pace.

Ma perfino il presidente Trump vi esorta a non continuare nella costruzione di nuove zone residenziali.
Gli insediamenti non sono il problema. Il problema è che Israele non ha nei palestinesi degli interlocutori per la pace.

(Welt- Repubblica)

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