La “rivolta” di Bnei Brak
Il virus è fuori controllo
Ultraortodossi, “no alla quarantena”

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 Gli infermieri scesi dall’ambulanza per raccogliere i campioni da portare in laboratorio sono stati respinti a sassate dagli studenti delle yeshiva, le scuole religiose, nel quartiere Mea She’arim a Gerusalemme. La città di Bnei Brak confina con Tel Aviv, i palazzi dell’una attaccati a quelli dell’altra. Eppure tra i 200 mila abitanti gli infettati dal Covid-19 sono già 508 contro i 261 della metropoli su Mediterraneo che ha il doppio della popolazione.

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 Il governo israeliano si sta rendendo conto che le aree più complesse da gestire sono quelle dove vivono in maggioranza le famiglie ultraortodosse. I rabbini si sono piegati tardi e controvoglia all’ordine di ridurre gli assembramenti: la polizia fatica a imporre la quarantena obbligatoria in tutto il Paese, ancora sabato notte il funerale di un rabbino a Bnei Brak ha portato migliaia di seguaci nelle strade al punto che il sindaco della laica Ramat Gan ha chiesto di imporre il coprifuoco nella città vicina.

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Gli ultraortodossi rappresenterebbero quasi la metà dei pazienti nei quattro ospedali più grandi. Gli esperti del ministero della Sanità spiegano al quotidiano Haaretz che la maggiore incidenza è causata anche dalla mancanza di informazioni: «I giovani delle yeshiva non usano gli smartphone, di sicuro non sono connessi a Internet e non hanno la televisione. Stiamo cercando di lanciare l’allarme: affiggiamo manifesti sui muri e passiamo per le vie trasmettendo messaggi dagli altoparlanti».

(d.f.)

(corriere.it)

 

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