La “scomunica” di Gerusalemme

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di Niram Ferretti –

Durante il viaggio di papa Francesco in Marocco, dove ha firmato un documento in cui Gerusalemme è indicata come “patrimonio di tutta l’umanità”, interviene padre Ibrahim Faltas, direttore delle scuole francescane nella città santa e responsabile per la custodia della Terra Santa dei rapporti tra Israele e i palestinesi. Cosa dice padre Faltas a proposito del documento firmato dal papa insieme a Re Mohammed VI del Marocco? «È chiaramente un messaggio a coloro che, come gli Stati Uniti, minacciano la pace con decisioni senza senso riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele e trasferendo l’ambasciata Usa da Tel Aviv».

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Niram Ferretti

Sarebbe “senza senso” per padre Faltas che l’amministrazione Trump abbia riconosciuto dopo settanta anni che Gerusalemme è la capitale politica dello Stato di Israele. Se ne desume che Israele, che esiste dal 1948 come Stato degli ebrei, non dovrebbe avere una capitale. Che Gerusalemme sia “patrimonio di tutta l’umanità” è un truismo lampante.

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Ibrahim Faltas

Anche Roma lo è, ma nessuno sosterebbe che essa non sia al contempo anche la capitale dell’Italia. Certo su Roma non ci sono pretese arabe, mentre su Gerusalemme sì, ma il punto è che mentre Israele è uno Stato sovrano dal 1948 non esiste alcuno Stato palestinese non per colpa di Israele ma a causa della perseverante intransigenza araba. Dunque Trump ha certificato una realtà, l’esistenza dello Stato ebraico con una sua capitale, contro una irrealtà, l’inesistenza di uno Stato palestinese, che, in quanto inesistente, non può avere una capitale.

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Il Vaticano ha fatto un enorme fatica ad accettare, per motivi storici e religiosi, che Israele nascesse. Ufficialmente, la Santa Sede, riconobbe Israele solo nel 1993. Essa avrebbe voluto una Gerusalemme a tutela internazionale come era previsto dalla Risoluzione 181 del 1947 di cui gli arabi fecero carta straccia attaccando il nascituro Stato ebraico nel 1948. La tutela di cui gode Gerusalemme è la migliore che ci possa essere, quella israeliana, la quale garantisce a ebrei, cristiani e musulmani libero accesso ai luoghi di preghiera.

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La guerra dei sei giorni

Certamente padre Faltas sa che i Luoghi Santi cristiani furono sequestrati dai giordani dal 1948 al 1967 insieme al Muro occidentale, come sa che solo in virtù della cattura di Gerusalemme Est da parte israeliana durante la Guerra dei Sei Giorni, a questi luoghi si può ora accedere liberamente, mentre prima era impossibile.

Malgrado ciò, l’idea che i Luoghi Santi cristiani siano stati sottoposti al controllo ebraico e lo siano ancora, non è mai stata una situazione accettata serenamente dal Vaticano. A maggior ragione non può essere accettato serenamente il fatto che Gerusalemme sia stata riconosciuta come capitale ebraica dagli Stati Uniti.

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Tutto ciò si inscrive nell’apertura sempre più accentuata della Chiesa nei confronti dell’Islam, mossa dovuta alla considerazione pragmatica che i musulmani sono un miliardo e cinquecento milioni mentre gli ebrei sono solo circa quindici milioni, e che il dialogo, o meglio l’arrendevolezza all’Islam, sia molto più utile e importante di quello con il mondo ebraico.

La realpolitik vaticana è molto diversa da quella dell’attuale Casa Bianca, per la quale, ciò che conta è ripristinare in Medio Oriente la realtà dei fatti, unica condizione per sedersi a un tavolo e negoziare. Per il Vaticano il realismo di Trump minaccia il suo irrealismo, basato sull’idea totalmente astratta che in Medio Oriente vi possa essere convivenza pacifica e concordia tra Israele e i suoi nemici giurati.

Non è affermando un truismo che si può giungere alla pace, come dimostra la recente storia di Gerusalemme, quella che appunto va dal 1948 ai giorni nostri, ma chiamando le cose con il loro nome, definendole senza ambiguità, in modo netto e chiaro. Il contrario esatto di come agisce il Vaticano

 

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