La storia di Bruno Dey

di Elena Loewenthal –

Bruno Dey entrò nelle SS che aveva 17 anni. Poco dopo, nell’agosto del 1944, divenne il guardiano al campo di prigionia di Stutthof, dove rimase sino ad aprile del 1945. È accusato di complicità nell’uccisione di 5230 persone. Le vittime passate per questo luogo di morte non lontano da Danzica. Perché la Shoah non è stata «soltanto» la galassia Auschwitz, ma un sistema capillare in tutta l’Europa: centinaia di luoghi disseminati per il continente.

Elena-Loewentha

La pace, il tempo trascorso, la voglia di dimenticare hanno cancellato gran parte di queste tracce diffuse: come se non fossero mai esistite. Ma la storia di Bruno Dey è diversa da tutte le altre, e non certo per merito suo, di quella specie di adolescente che il nazismo ha trasformato in spietato aguzzino. Oggi è un vecchietto in sedia a rotelle che, ironia della sorte, deve presentarsi di fronte a un tribunale di minori per rendere conto di quel che fece allora, da minore. E per il quale gli avvocati della parte lesa, figli e nipoti di alcune di quelle vittime hanno chiesto clemenza. L’imputato va perdonato, ha dichiarato l’avvocato Markus Goldbach a nome di un suo cliente, un ex internato che vive in Israele.

Il campo di prigionia di Stutthofl

È una storia strana e tremenda, questa. Una come migliaia di altre, in quegli anni e nel dopo che tutti ci riguarda. Ma unica. È però una storia così difficile da leggere, decifrare, provare a capire. È assai più semplice chiedersi cosa non è.

Per gli ebrei è impossibile concedere il perdono a nome di qualcun altro. Neanche Dio può perdonare una colpa commessa ai danni di un essere umano: tutto deve dipanarsi in un a tu per tu fatto di consapevolezza e responsabilità. Per questo nessuno può perdonare un omicidio, perché nessuna vittima di omicidio può perdonare il suo assassinio. Non si tratta però neanche di un atto di semplice indulgenza verso un anziano, fragile e irrimediabilmente debilitato.

Questo gesto condiviso da alcune delle parti così violentemente «lese» dal giovane SS è qualcosa di ben più complesso, che chiama in causa la storia, la memoria, la colpa e tanto dolore. E il dolore ha le sue indecifrabili vie per attraversare il tempo, diventare e far diventare diversi da come si era.

Bruno-Dey

 

Certo, tutta questa vicenda, terribile e bella al tempo stesso, si può rubricare alla voce «clemenza», ma questo soltanto non è. È qualcosa di più profondo, perché è il frutto di quello che il tempo è capace di fare al dolore: rimediare all’irrimediabile, sanare ciò che sembra insanabile. Non c’è coerenza e forse neanche giustizia, nel non voler punire un aguzzino, anche se è passato tanto tempo da allora.

Non c’è neanche il perdono inteso come elargizione di una gratuità, di «dono» impagabile. C’è, piuttosto, una coscienza umana che sa di essere di fronte a un dolore, passato e presente, che non c’è modo di misurare: allora val meglio «arrendersi» alla nostra comune appartenenza, cioè l’umanità intesa come condivisione di destino, nel bene e nel male. C’è, soprattutto, una difficile lezione di vita che ci chiama tutti in causa.

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