La via del “tikkun olam”

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di Elena Loewenthal  –   

Come si fa a entrare sotto la pelle di una bambina di tredici anni che in fuga dalle belve naziste cerca di scappare in Svizzera, è respinta al confine da solerti gendarmi, viene arrestata a Varese, trascorre settimane in carcere e il 30 gennaio del 1944 si ritrova su un carro merci con destinazione Auschwitz?
Condividere l’esperienza della Shoah non è possibile.

Elena Loewenthal

Elena Loewenthal

Ma c’è in chi è tornato qualcosa che a noi manca e che va oltre al fatto di aver attraversato l’orrore ed essere sopravvissuti. C’è una saggezza profonda, come un sovrappiù di umanità per aver visto di quanto è capace l’uomo: una serenità che nulla toglie all’orrore e allo strazio, una fiducia nel mondo mentre a noi viene voglia di spaccare tutto o chiedere a Dio, se ancora l’abbiamo, di rifare questo mondo bacato tutto daccapo.

Segre-U43040405740604c6G-U431502068850824wG-1224x916@Corriere-Web-Milano-593x443Arrivata ad Auschwitz insieme al padre, Liliana Segre viene subito separata da lui che non vedrà mai più. Riceve il numero di matricola 75190, viene impiegata al lavoro forzato.
Alla fine di gennaio del 1945 viene scagliata in una delle tante marce della morte che non avevano alcuna meta e servivano a far risparmiare pallottole ai nazisti. Viene liberata il primo maggio del 1945 in un sottocampo di Ravensbruck.

Non ha ancora quindici anni. Ci vuole una forza d’animo speciale, per raccontare queste cose e tenere la voce ferma, non lasciare che s’incrini nel ricordo di quello sgomento, non levarla in un grido di rabbia.

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E la voce di Liliana Segre è proprio così: pacata e ferma anche se ogni volta che racconta dice che non è «una strada in discesa», anzi.

Il gesto del Presidente Mattarella alla vigilia di questo Giorno della memoria è uno straordinario lancio di giustizia. Ottant’anni fa cominciava il vergognoso cammino delle leggi razziali – ideate, formulate e applicate in un’Italia che nel 1938 rinnegò noi ebrei. In quel Parlamento che allora ci deprivò anche dell’orgoglio di essere italiani, da domani siederà una bambina che è stata emarginata, cacciata, perseguitata.

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C’è una giustizia profonda in questo gesto del Presidente Mattarella, che va al di là dell’omaggio dovuto a chi è stata vittima delle leggi razziali italiane e delle persecuzioni nazifasciste. Una giustizia che viene da oltre la legge, mette insieme mente, cuore, memoria e imbocca la via del «tikkun olam», della riparazione del mondo, perché se non spetta a noi terminare l’opera e il mondo resta fallibile, non possiamo esimerci dal fare

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