La volontà di lasciare
un graffio sanguinante
nel futuro di Israele

Barack Obama lascia la Casa Bianca diretto alla convention Democratica il 27 luglio 2016 (Joshua Roberts-Pool/Getty Images)

Ci vuole la febbre antisraeliana che ha travolto Obama e il suo governo al tramonto, la volontà di lasciare un graffio sanguinante nel futuro dello Stato Ebraico, per risvegliare i sensi sopiti del segretario di Stato John Kerry, eccitato come non mai nel suo discorso di ieri sul conflitto israelo-palestinese. La sua passione può anche essere letta come una contraddizione, un desiderio di differenziarsi.

Ma questo discorso altro non è, nei fatti, che la conferma del retaggio del suo presidente: dopo aver per la prima volta nella storia americana confermato, astenendosi, un voto dell’Onu che condanna Israele, ha lanciato Kerry come un missile contro l’unico stato democratico e laico del Medio Oriente.

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La riunione indetta per il 15 gennaio a Parigi ha adesso altre migliori munizioni per aggredire di nuovo Israele. Kerry ha ripetuto più volte il suo intento: se le due parti non realizzeranno la soluzione «due stati per due popoli» Israele si troverà a dominare un altro popolo, abbandonando così la sua democrazia. Giusto: è un problema. Ma Kerry, che nei particolari ha spiegato quanto gli insediamenti siano dannosi, ha messo da parte l’odio fanatico e il rifiuto del nemico che costringe Israele a garantirsi confini sicuri; non ha preso in considerazione il rifiuto ad ammettere uno Stato ebraico; condanna così di fatto la presenza israeliana a est della Linea Verde, compreso a Gerusalemme est, il Muro del Pianto e ogni altro indispensabile spazio come la zona dell’aeroporto da cui si può prendere di mira il prossimo velivolo. I tempi scelti da Kerry per il suo discorso sono affannati, tardivi, connessi alla risoluzione dell’Onu: dopo quattro anni di politiche che hanno portato il Medio Oriente al caos, dalla Siria allo Yemen, dopo l’accordo tanto sudato con l’Iran, tutta la proposta di Kerry è che Israele deve smettere di costruire insediamenti per lasciare spazio a uno stato palestinese.

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Barack Obama

Buona idea, ma come spiega Kerry che gli Usa non hanno mai trovato il tempo di spingere Abu Mazen a discutere con Netanyahu, che l’ha invitato mille volte, il futuro dei due possibili Stati? Per valorizzare il risultato della propria strategia diplomatica, quella per cui la delegittimazione di Israele è il primo passo verso la vittoria, Abu Mazen ha fatto seguito al discorso di Kerry con un’apertura che suona come un bluff: se Israele smetterà di costruire nei territori, l’Anp ottempererà a tutti gli accordi e si siederà al tavolo della pace. Una dichiarazione che esalta la scelta di intervento degli Usa.
Donald Trump ieri si è fatto vivo con un tweet esplicito: «Non possiamo continuare a lasciare che Israele sia trattata con tanto disprezzo e mancanza di rispetto. Un tempo gli Usa gli erano molto amici, ma non più. L’inizio della fine è stato il terribile accordo con l’Iran e ora questo Onu. Resisti Israele, il 20 di gennaio si avvicina rapidamente».

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Samantha Power

Un tweet dettato, sembra, dalla preoccupazione che Israele si senta abbandonata dagli Usa. Obama ha costruito in prima persona la trappola dell’Onu: un giornale egiziano ha rivelato gli incontri (semi negati dagli americani) di Kerry e di Samantha Rice con i palestinesi settimane prima della risoluzione.

La tela di ragno si è estesa ovunque: gli inglesi hanno aiutato a scrivere la risoluzione. E Obama stesso avrebbe telefonato al presidente ucraino per chiedere di non astenersi: gli ucraini lo avrebbero fatti volentieri perché Israele li aveva sostenuti con il voto che condannava l’aggressione russa in Crimea. E anche il tentativo di Putin di rallentare il percorso della risoluzione è stato fermato con la subdola forza della diplomazia, che nasconde le peggiori inimicizie. Come quella, profonda e radicata dell’antipatia per Israele del presidente di un Paese che è sempre stato, prima di lui

               (Il Giornale)

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Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein

Giornalista