L’America di Trump
è di nuovo l‘ombelico del mondo

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di Fiamma Nirenstein –

Gli Stati Uniti sono tornati. È una svolta mondiale l’evento di ieri mattina alle 3,45, quando Trump ha deciso che l’attacco chimico di Assad a Khan Sheikhoun nella provincia di Idlib, tanti morti bambini, e 546 feriti, era un’insopportabile peso per gli Usa e per il mondo intero, e ha risposto.

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La tragedia dei bambini di Idlib

E’ finita la festa, la grande kermesse sciita-russa che aveva così bizzarramente occupato lo spazio egemonico della maggioranza sunnita ragionevole in Medio Oriente non potrà più esagerare nel disprezzo delle più elementari regole di decenza della nostra epoca con la scusa, per altro molto ben sostanziata delle atrocità di Daesh. È vero, lo Stato Islamico è altrettanto orribile. Ma non di più di quello che è successo a Idlib. Trump ha agito velocemente, senza preavviso, come si deve per evitare che le chiacchiere possano distruggere la riuscita e lo spirito dell’azione, tutte le beffarde osservazioni sulla sua passione per Twitter si infrangono sulla pragmaticità dei tempi giusti e dell’accuratezza del tiro. A Shayrat, il campo di aviazione da cui si sono alzati gli aerei carichi di Sarin, si è abbattuta la dose davvero notevole di 59 missili Cruise Tomahawk, roba forte, dopo, per altro, gli avvertimenti per evitare stragi specie di militi russi.

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L’attacco cambia lo stato morale e strategico del mondo: prima di tutto, è proibito davvero usare le armi di distruzione di massa. Non sono solo chiacchiere come fu con l’accordo fallito del 2013, che a Obama servì di fatto a scansarsi dalle responsabilità di bloccare Assad dall’uso delle armi chimiche (aveva già ammazzato più di mille persone a Damasco). Adesso è davvero proibito, e non solo ad Assad ma anche per esempio agli hezbollah, agli Iraniani, alla Corea del Nord, a altri dittatori delinquenti di avventarsi come lupi affamati sulla popolazione civile con gas e simili.
Perché? Perché altrimenti, manda a dire Trump, ti spariamo.
Trump dunque, quando diceva «America first» non invocava l’isolamento, ma al contrario la condivisione di una morale comune accettabile dall’americano medio.

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Trump e Putin

Trump ha anche notificato qui che la sua amicizia coi russi è sottoposta a regole. Che non travalica i parametri morali comuni, che non funziona quando Putin sostiene un dittatore impazzito (l’intelligence israeliana ha studiato bene Assad, e lo definisce uno psicopatico in senso tecnico); per ora la Russia protesta con un certo ritegno, nessuno crede né che il gas fosse di Daesh né che il fatto che l’Onu freni abbia un qualche significato.

Anzi, un prodotto collaterale della vicenda può essere una rimessa in riga del Consiglio di Sicurezza. Lavrov ha certo detto che l’amicizia ne verrà danneggiata, e allora? E allora probabilmente poco o niente, anche perché il presidente russo per quanto intelligente e attivo, sa bene la sua Guerra Fredda è imperfetta, non è forte come un dittatore sovietico. Assad, altro risultato, può piantarla di agire come una belva sanguinaria decisa a regnare comunque: il suo tempo come rais sta per finire. E gli hezbollah, resi dagli iraniani fra i maggiori giocatori, possono pensare che i missili che passano ora dal territorio siriano nelle loro mani per distruggere Israele quando gli iraniani decideranno, possono essere fermati.

In this image provided by the U.S. Navy, the USS Ross (DDG 71) fires a tomahawk land attack missile Friday, April 7, 2017, from the Mediterranean Sea. The United States blasted a Syrian air base with a barrage of cruise missiles in fiery retaliation for this week's gruesome chemical weapons attack against civilians. (Mass Communication Specialist 3rd Class Robert S. Price/U.S. Navy via AP)

Trump con questo gesto restituisce forza al processo di pace fra Israele e i palestinesi, perché collateralmente scoraggia il terrorismo, rafforza i sunniti moderati, manda un serio avvertimento all’Iran per il rispetto degli accordi sul programma nucleare, avverte i russi che nessuno ha dato a Putin la patente per una nuova egemonia sovietica in Medioriente.

Avverte così anche l’Isis che il suo spettacolo di orrore non continuerà a lungo. Di là dall’oceano non c’è più ormai il giovane presidente che amava dire «we are very concerned», siamo molto preoccupati, e poi non faceva niente. Forse il festival di orrore onnicomprensivo, in cui alle decapitazione e alla vendita delle donne ha fatto da contrappasso l’uso delle armi chimiche, si avvia al tramonto.

(il Giornale)

 

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Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein

Giornalista