L’amico delle tenebre
Il nemico dell’odio

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di Alessandro Piperno –

Certe volte mi domando come mai i pochi romanzieri contemporanei che amo abbiano scritto i loro libri migliori (almeno quelli che considero tali) intorno ai sessant’anni. Mi chiedo cos’abbia di speciale un’età che da ragazzo mi sembrava così venerabile tanto quanto oggi mi pare la meta ambita per qualsiasi narratore serio. Immagino (ma è un’ipotesi piuttosto aleatoria, lo ammetto) che mezzo secolo e passa di vita doni alla voce di uno scrittore la quieta solennità, e al suo sguardo l’olimpico distacco retrospettivo, indispensabili per affrontare il capolavoro per cui sarà ricordato.

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Alessandro Piperno

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Amos Oz non fa eccezione. Pressapoco all’inizio degli anni 2000 pubblicò Una storia di amore e di tenebra: una delle opere capitali della giovanissima (e in un certo senso antichissima) letteratura israeliana, che mi è sempre parsa la chiusura di quel magico cerchio ideale aperto parecchi anni prima da Appena ieri di Shemuel Y. Agnon. (Temo che quest’ultima notazione sarebbe dispiaciuta a Oz: il suo giudizio nei confronti dell’opera di Agnon era decisamente più severo del mio).

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Intendiamoci, Oz ha scritto parecchi altri libri formidabili. Personalmente ho un debole per uno dei suoi romanzi giovanili, peraltro il primo che lessi poco più che adolescente: Michael mio. Sebbene notarlo possa suonare un po’ banale, quando uno scrittore maschio si cimenta con un personaggio femminile, e lo fa in prima persona e con risultati artistici così ragguardevoli, be’, è lecito gridare al miracolo. Non a caso molti critici, all’epoca dell’uscita, definirono Hannah, la protagonista di Michael mio, una specie di Bovary israeliana. L’idea non era tra le più originali, certo, ma coglieva nel segno.

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Chi ha una certa consuetudine con la narrativa di Oz sa che non c’è da stupirsi. Lui è il poeta delle sfumature, l’allusivo pittore dei silenzi. Anni fa ebbi il piacere di ascoltare una conferenza in cui Abraham Yehoshua esprimeva la sua sorpresa e la sua ammirazione per il modo di lavorare di Oz, il suo amico-rivale, così contiguo, così diverso. A quanto pare, Oz scriveva i suoi romanzi senza un solido piano di lavoro, procedendo per accumulazione, guidato dall’istinto e dal caos. Il che spiega forse perché i suoi romanzi migliori, pur così eloquenti, abbiano la naturalezza dell’improvvisazione jazz.

Penso a Fima, a Conoscere una donna, a Lo stesso mare. Non solo, questo chiarisce, qualora ce ne fosse bisogno, come l’ombra, la tenebra siano per Oz un privilegiato, ossessivo territorio di esplorazione. Tanto per fare un esempio, si pensi all’ambiguità di un personaggio come Alec Gideon de La scatola nera.

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A questo punto non deve stupire che Oz abbia intitolato il suo capolavoro Una storia di amore e di tenebra. Perché, ok, si tratta di un’autobiografia, ma in realtà è molto di più e molto di meno: è una radiografia che fa luce sul cuore della sua ispirazione e della sua vocazione. Parliamoci chiaro: non tutte le biografie sono interessanti. Anche per fare gli scrittori ci vuole un bel po’ di fortuna.

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Non basta mica il talento, non basta l’ambizione, non bastano la cultura e il lavoro. Devi essere nato nel posto giusto, al momento giusto, nella famiglia giusta. Be’, è difficile immaginare un predestinato più predestinato di Amos Oz. La sua infanzia, la sua adolescenza, la sua giovinezza, nella loro tragicità, sono una specie di straordinaria epifania sionista, un grido alle stupefacenti contraddizioni israeliane. È il primo ad ammetterlo: «A Gerusalemme, in quell’epoca, quasi tutti erano poeti o scrittori o studiosi o filosofi o letterati o rivoluzionari». Era decisamente più difficile trovare un barbiere o un idraulico come si deve. Tutti, intorno al piccolo Amos, erano émigré poliglotti, geniali e idealisti.

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Il ritratto del padre appare, date le circostanze, particolarmente emblematico. Il suo amore per la nuova patria era corroborato dall’odio per la terra natale che aveva dovuto abbandonare. «Come molti ebrei sionisti suoi contemporanei, mio padre era un po’ cananeo, sotto sotto: il borgo ebraico e tutto ciò che a esso apparteneva, e financo i rappresentanti di questo mondo nella nuova letteratura, Bialik e Agnon, lo imbarazzavano, se ne vergognava. La sua ambizione è che tutti noi, rinascessimo da capo, fieri, robusti, abbronzati, europei-ebrei, non più giudei-est-europei».

Ben presto, tale scriteriato ottimismo progressista avrebbe dovuto fare i conti con un evento inaudito, imponderabile, incomprensibile: il suicidio della madre di Oz. «Per settimane e mesi dopo la morte di mia madre non pensai nemmeno un istante alla sua sofferenza. Mi negai categoricamente a quell’inaudito grido di soccorso che aveva lasciato dietro di sé e che forse non aveva mai smesso di passare tra le stanze di casa. Nemmeno una goccia di compassione, c’era in me. Nemmeno di nostalgia. E nemmeno lutto per la dipartita di mia madre: ero così offeso e in collera, che non rimaneva posto per nessun altro sentimento». Eccola qui la tenebra, ecco l’amore nella sua forma più crudele e spaventosa.

(Corriere della Sera)

 

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