Lannutti alla commissione banche
“Mi manda Di Maio e denuncerò
chi mi accusa di antisemitismo”

Luigi Di Maio e Elio Lannutti

Luigi Di Maio e Elio Lannutti

di Ilario Lombardo –

«Io non mi sfilo da un bel niente. E nessuno mi ha chiesto un passo indietro». Giovedì, quando si riuniranno i membri della commissione di inchiesta sulle banche, il senatore Elio Lannutti sarà ancora il candidato del M5S alla presidenza. Però Luigi Di Maio è stato freddo: «Dipende dagli accordi di maggioranza…», dice.

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Ilario Lombardo

«Io non mi volevo candidare e, fino a quando è stato possibile, ho tifato per Gianluigi Paragone. È stato il gruppo a volermi. E Di Maio nell’ultima assemblea, a mia precisa domanda ha risposto: vai avanti».

Nonostante su di lei pesi ancora quel tweet antisemita?

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«Mi sono scusato il giorno dopo. Ora basta. Ho pronte le denunce contro chi mi accusa di essere antisemita. Forse mi attaccano per paura. Perché io so. Sono la memoria storica di tutti i crac bancari: dal 2001 al 2018 ce ne sono stati per 98 miliardi di euro e 1,6 milioni di risparmiatori. Ho scritto un libro che si chiama “Morte dei Paschi”. La prefazione è di Di Maio. Lo ha presentato lui alla Camera. Sa bene chi sono».

Salvini ha detto che la Lega la voterà. Lo ha fatto per spaccare la maggioranza? Pd e Renzi sono contrari. «Ringrazio Salvini perché credo che la nomina debba avvenire con il più ampio consenso possibile. Se Pd e Renzi non mi voteranno saranno loro a spaccare la maggioranza. Se ne assumeranno le responsabilità».

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Ma lei ha fatto della guerra a Bankitalia la sua missione. Non è un po’ il vostro «capro espiatorio», come ha detto il governatore Ignazio Visco?

«Voglio tranquillizzarlo. Non deve avere paura, se non ha nulla da nascondere. Se ci sono stati tutti questi fallimenti, qualche responsabilità ci sarà o no? Guardo all’attualità: la nomina di Antonio Blandini a commissario della Popolare di Bari. È lo stesso commissario della Banca Tercas il cui salvataggio fu imposto alla Pop Bari. C’è un approccio un po’ troppo fideistisco su Bankitalia».

Lei è l’autore di un libro chiamato “Banda d’Italia”.

«Pur nella mia radicalità sono sempre stato rispettoso delle istituzioni. Il presidente non è un dittatore e si attiene alla maggioranza. La commissione non si deve sovrapporre alla magistratura, ma indagare le zone d’ombra, correggere cosa non è andato bene. Non voglio fare il Torquemada».

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Su cosa intende indagare?

«Su Mps, sul ruolo di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. Sulla morte di David Rossi. Sul salvataggio Tercas e i soldi del Fondo interbancario che la commissaria Vestager definì aiuto di Stato prima di essere smentita dalla Corte di Giustizia Ue. Non si è mai dimessa nonostante quella decisione dell’Ue ci costrinse a subire il bail in delle quattro banche, mentre in Germania si taceva su altri salvataggi. Mi ha colpito che il presidente di Abi Antonio Patuelli abbia detto le mie stesse cose. Dopo 35 anni di battaglie sulle banche lo considero un trofeo».

Le va bene la formula che salva Pop Bari?

«La Banca pubblica degli investimenti, con un occhio al Sud, è nel programma. E servirà ad aiutare un territorio depredato anche dalle politiche dirigistiche di Bankitalia che ha permesso la colonizzazione dei grandi gruppi».

Non è colpa delle piccole dimensioni delle banche in un territorio senza impresa?

«È la teoria neoliberista fallita che è alla base della riforma delle popolari di Renzi. Le banche dipendono dalla capacità dei banchieri e dei direttori».

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È favorevole alla riforma di Bankitalia targata M5s-Lega?

«La Romeo-Patuanelli è necessaria ma va emendata con la legge 231/01 sulla responsabilità delle imprese: chi non vigila con attenzione ne risponde e risarcisce i risparmiatori».

C’è la volontà della politica di mettere le mani su un organo autonomo come fa con la Rai?

«In altri Paesi, azionista della banca centrale è il pubblico, non le banche private. Saniamo l’anomalia. Perché non deve funzionare come le altre autorità indipendenti, l’AgCom e l’Antitrust?»

Che, appunto, rispondono alla politica che ne sceglie i vertici.

«Rispondono al Parlamento. È la democrazia».

(Stampa)

 

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