L’asilo dei killer Isis

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di Lorenzo Vita –

 “Non vi preoccupate”, ci dicevano, “faremo un grande, grande attacco in Europa. L’Isis sta lavorando per questo’”. Sono queste alcune delle parole di Ibrahim, tredicenne curdo di etnia izadi, ai microfoni del canale britannico ITV News.

Lorenzo Vita -

Lorenzo Vita –

Il suo racconto, drammatico ed estremamente crudo, con il quale ha descritto la vita nei campi di addestramento dello Stato Islamico, i suoi piani e i metodi utilizzati per l’istruzione dei giovanissimi nel terrorismo, è uno spaccato importante della guerra in Siria e in Iraq. È la dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto il lavoro del Califfato su quei Paesi sia stato profondo, terribile e soprattutto in grado di produrre i suoi orribili frutti anche con il passare del tempo.

Anche in caso di sconfitta sul terreno dello Stato Islamico e di ritorno a un terrorismo di matrice criminale e meno statale, come ha sperato di fare il Califfo Al-Baghdadi dopo la proclamazione dalla moschea di Mosul.

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Intervistato dalla televisione britannica, Ibrahim non si è sottratto a dare indicazioni importanti sui metodi dell’Isis e su come ha attuato i suoi piani criminali nei territori siriani e iracheni. Innanzitutto, lui come altri bambini e ragazzi, che sono migliaia, è stato rapito dallo Stato Islamico e condotto nei campi di addestramento sparsi per il Califfato.

L’hanno catturato sulle montagne di Sinyar, nel nordovest dell’Iraq, all’età di tredici anni, e poi portato nei campi di addestramento e di prigionia. In molti, come l’intervistato, sono stati mandati a Raqqa e lì costretti a vivere e ad essere educati al rigido addestramento delle milizie del Califfato.

In quei mesi, racconta Ibrahim, le tecniche utilizzate sono in sostanza quelle tipiche del lavaggio del cervello. Bambini resi completi automi in mano al terrorismo, senza emozioni, senza alcun sentimento, addestrati ad uccidere fino all’estremo sacrificio dell’immolarsi come kamikaze per non cadere nelle mani nemiche.

I numeri sono elevatissimi, trattandosi di circa duemila bambini addestrati nelle file dello Stato Islamico. A detta del direttore dell’Ufficio per gli Iazidi del governo regionale del Kurdistan iracheno, Jeiri Bozani, soltanto tra gli yazidi, sarebbero almeno milleseicento i bambini addestrati per uccidere e compiere attacchi terroristici.

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Sempre secondo il racconto di Ibrahim, i bambini e i giovani furono immediatamente separati dagli adulti. Per gli uomini, il destino fu quello dell’esecuzione pubblica. Per le donne e le bambine, il destino, non meno crudele, è stato quello di trasformarsi in schiave sessuali dei miliziani del Daesh o vendute in altri mercati. Un racconto che, purtroppo, viste le notizie che arrivano dal fronte, sembra tutt’altro che eccessivo, visto che le donne, di qualunque età, rapite, violentate o vendute dai terroristi dello Stato Islamico, sono sicuramente migliaia, in particolare quelle di etnia yazida o di altre confessioni religiose.

Le Nazioni Unite hanno stimato che potrebbero essere circa settemila le bambine e le donne yazide violentate o vendute come schiave. Cinquemila sarebbero invece gli uomini assassinati.

L’intervista si concentra poi sulla vita all’interno del campo di addestramento. Il ragazzo racconta di sei mesi di addestramento quotidiano alla guerra, che implicava il saper usare perfettamente granate, lanciagranate, mitragliatrici e qualunque tipo di arma. Gli addestratori mostravano ogni giorno video di attentati, di come svolgere azioni di guerriglia, di attacchi terroristici e di come dovessero prendere esempio dai martiri. Un lavaggio del cervello vero e proprio che ha condotto molti ragazzi a morire nei campi di battaglia, ma che soprattutto ha creato una generazione di fanatici senza nulla per cui vivere se non la guerra.

Donne yazidi schiave dell isis

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Ed è questo, soprattutto, il gravissimo problema di sicurezza denunciato dall’intervista di Ibrahim. Che ci sono migliaia di ragazzi addestrati al terrorismo che possono entrare in azione in qualsiasi momento e uccidere. Questi giovani sono stati totalmente privati di una loro psiche, ma addestrati a morire o a compiere attentati. Non hanno niente da perdere, non hanno famiglie, non possiedono una casa. Il sorriso di Ibrahim quando sogna di vedere di nuovo la madre, non è presente sul volto di molti, che invece sono ormai destinati a una vita fatta di odio. Per loro, la vita è racchiusa in un’arma e nell’uccidere un nemico.

Proprio per questo, i servizi d’intelligence europei sono particolarmente attenti con l’arrivo di ragazzi dal fronte siriano e iracheno. Perché proprio dai giovanissimi può nascere una minaccia terroristica molto grave, che può colpire ovunque e in qualunque momento. Le parole di Ibrahim, di quel messaggio degli addestratori sul grande attacco in Europa, non sono da prendere sotto gamba: migliaia di ragazzi addestrati a uccidere sono migliaia di potenziali terroristi. Una sfida gigantesca non soltanto per le nostre intelligence, ma soprattutto per il nostro sistema d’accoglienza.

(il Giornale)

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