L’asse Trump-Putin
per la guerra all’Isis

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di Maurizio Molinari –

La telefonata con Vladimir Putin, l’intesa con Theresa May e l’ordine al Pentagono di progettare una più energica offensiva contro lo Stato Islamico (Isis) sono le mosse che il presidente americano, Donald Trump, ha compiuto dopo aver promesso ai cittadini di «sradicare il terrorismo islamico dalla faccia della Terra».

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Inizia così la sua sfida alla Jihad, destinata ad aver ripercussioni sullo scacchiere del Mediterraneo. Quelle prime, scarne, parole pronunciate nel giorno dell’insediamento a Washington hanno indicato la volontà di combattere i jihadisti in maniera diversa rispetto al predecessore: se Barack Obama lo faceva celando decisioni ed armi, preferendo operazioni segrete ed evitando di nominare apertamente il nemico ora invece il duello con il più pericoloso avversario dell’America diventa aperto, dichiarato, evidente. Parlando di «terrorismo islamico» Trump fa propria la terminologia adoperata da Putin, May, Valls, Merkel, Netanyahu e Modi così come promettendo di «stroncarlo» si allinea all’approccio di sovrani e leader di Marocco, Giordania, Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.

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Sulla base di questa svolta, Trump ha iniziato a muoversi in tre direzioni, tese a porre rimedio ad altrettante debolezze strategiche ereditate da Obama: sul fronte delle alleanze, delle operazioni militari all’estero e della prevenzione in patria. Innanzitutto le alleanze: l’America oggi sullo scacchiere del Medio Oriente e del Nordafrica ha ben pochi alleati veri perché Obama ha irritato i vecchi senza guadagnarne di nuovi e dunque Trump incomincia a ricostruire partendo da quelli più cruciali ovvero Londra, perno da sempre delle operazioni congiunte, e Mosca, vero regista regionale a cui lo accomuna la volontà di sconfiggere il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi.

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Theresa May e Donald Trump

Se con May a Washington si è discusso delle «nuove disposizioni» da assegnare ai comandi che guidano le operazioni contro Isis in Iraq, Siria e Libia, la telefonata con Putin apre uno scenario assai più vasto. Basta guardare a quanto avvenuto negli ultimi dieci giorni per capirlo: la Russia ha guidato ad Astana, in Kazakhstan, un’intesa con Turchia e Iran per il cessate il fuoco in Siria, ha iniziato sui cieli del Califfato missioni congiunte con i jet di Ankara, ha ospitato sulla portaerei Kuznetsov il generale libico Khalifa Haftar ipotecando il futuro accesso privilegiato al porto di Bengasi ed ha accolto al Cremlino i colloqui di riconciliazione inter-palestinese fra Al Fatah e Hamas.

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Ovvero, tanto sui fronti armati che su quelli diplomatici ad essere protagonista è Mosca. Putin punta a consolidare il ritorno nei mari caldi – dal Mediterraneo al Golfo – e Trump ha interesse a verificare se ciò può portare ad un coordinamento di interventi contro il Califfato e per la risoluzione delle crisi armate.

Poiché il conflitto con i jihadisti è di lungo termine, Trump parte dall’ipotesi – frutto dell’approccio del consigliere nazionale Michael Flynn – di una convergenza di interessi con Mosca capace di generare una formidabile alleanza contro il nemico comune, attorno a cui aggregare i rispettivi partner regionali.

Michael Flynn

Michael Flynn

Sul fronte militare, la possibilità è che Mattis porti il Pentagono ad aggredire il Califfato in maniera più energica ed efficace di quanto avvenuto dalla formazione, nell’estate del 2014, della coalizione internazionale anti-Isis. «Rimettere in moto il Pentagono» significa per Trump risvegliare una dimensione dell’America che Obama aveva ridimensionato a vantaggio dell’intelligence, senza tuttavia immaginare operazioni convenzionali di terra «perché l’errore più grande è stato invadere l’Iraq».

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Infine, ma non per importanza, il fronte interno: la drastica revisione delle procedure di immigrazione da Libia, Iraq, Siria, Iran, Yemen, Somalia e Sudan – che ha sollevato aspre polemiche in America e nel resto del mondo – potrebbe essere accompagnata presto da provvedimenti restrittivi nei confronti delle associazioni Usa riconducibili ai Fratelli Musulmani, facendo presagire una stretta nei confronti di qualsiasi gruppo sospettato di fondamentalismo al fine di prevenire o scongiurare nuovi attentati di «lupi solitari» come quelli avvenuti a Ford Hood, San Bernardino e Orlando. Sebbene siamo solo all’inizio della sfida di Trump alla Jihad è già possibile trarre alcune considerazioni: sta tentando di rimediare agli errori di Obama, vuole destinare più risorse ad attacco e prevenzione e cerca alleati di alto profilo. Saranno le prossime settimane a dire se ne ha trovato uno in Vladimir Putin.

(La Stampa)

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Maurizio Molinari

Maurizio Molinari

Giornalista