L’avamposto di Umm al-Fahm
Si sentono più israeliani che arabi

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di Giordano Stabile –

Il piano di pace americano è stato respinto in blocco dai palestinesi, che temono di ritrovarsi alla fine con un «mezzo-Stato», amputato di gran parte dei territori della Cisgiordania. Ma ci sono anche palestinesi che del futuro Stato non vogliono far parte e temono di essere staccati da Israele nelle future trattative. È il caso di Umm al-Fahm, una cittadina arabo-israeliana in cima a una collina nel Nord del Paese, 50 mila abitanti, citata a pagina tredici della corposa proposta di Donald Trump.

Giordano Stabile 2

Giordano Stabile

La città, assieme a una corona di 14 villaggi, in tutto 260 mila persone, è adesso in allarme perché è stata «offerta» all’Autorità palestinese come territorio di scambio con parti dei Territori che saranno annessi dallo Stato ebraico.

La maggior parte dei residenti è convinta da non avere nulla da guadagnarci. Umm al-Fahm è diventata parte di Israele dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948-49. La Nabka, la catastrofe dei palestinesi, con l’esodo di 700 mila profughi, aveva coinvolto anche questa parte del nascente Stato ebraico.

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Alla fine però gli abitanti rimasti erano stati riconosciuti come cittadini israeliani, con gli stessi diritti, compreso quello di voto, e doveri, a parte l’obbligo del servizio militare, come tutta la minoranza arabo-israeliana che ora conta 1,8 milioni di persone. La convivenza non è stata facile, specie durante dal Seconda intifada agli inizi degli Anni Duemila, quando è stato costruito un muro per separare il distretto dai confinanti Territori palestinesi ed evitare infiltrazioni.

Nell’ultimo decennio però le cose sono cambiate. Anche Umm al-Fahm ha cominciato a beneficiare del boom economico israeliano e le condizioni sono cambiate. I cittadini sono anche protetti da uno Stato sociale di stampo europeo, con per esempio la Sanità gratuita, e possono spostarsi senza problemi in tutta Israele, dove hanno famigliari e parenti. Il che spiega l’ostilità all’idea di essere «trasferiti» al futuro Stato palestinese.

Yousef Jabareen

Yousef Jabareen

«Sono arabo, palestinese, e sono anche un cittadino israeliano – puntualizza il parlamentare Yousef Jabareen, nativo di Umm al-Fahm -. Siamo parte delle minoranza araba e viviamo nella nostra terra nazionale. Dal piano non abbiamo nulla da guadagnare. Diventeremmo un cantone isolato, un ghetto separato dal resto della Palestina».

Jabareen è stato eletto nella Lista unita araba, che alle ultime elezioni ha conquistato 13 seggi alla Knesset e spera di replicare l’exploit al voto del 2 marzo. Il timore è anche che gli «scambi di territori» previsti dal piano finiscano per «erodere» l’influenza degli arabo-israeliani, che adesso rappresentano il 21 per cento della popolazione in Israele è sono diventati indispensabili per formare una maggioranza di centrosinistra, come ha dovuto constatare Benny Gantz in questa legislatura.

Con il piano Trump in 260 mila si ritroverebbero di colpo fuori dai confini di Israele e la minoranza scenderebbe a circa il 15 per cento. È il paradosso degli arabo-israeliani: con l’indipendenza della Palestina rischiano di perdere più di quanto possono ottenere.

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