Le facce della Shoah

Last Swiss Holocaust Survivors

di Silvia Gambino –

Essenziale, scarna, diretta e indispensabile: dopo Washington, New York (presso la sede delle Nazioni Unite), Berlino e Tel Aviv, la mostra della Gamaraal Foundation The Last Swiss Holocaust Survivors è arrivata al Memoriale della Shoah di Milano su iniziativa del Consolato generale di Svizzera . La mostra è stata inaugurata giovedì 23 maggio (terminerà il 27 giugno) in presenza del Presidente della Fondazione Memoriale della Shoah Roberto Jarach, del Console svizzero Félix Baumann, della Presidente della Gamaraal Foundation Anita Winter e di Fishel Rabinowicz, sopravvissuto a quattro anni di prigionia e a una marcia della morte di 55 giorni, liberato a Buchenwald nella primavera del 1945, che ha raccontato la sua testimonianza.

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Silvia Gambino

L’esposizione consiste in grandi primi piani, in bianco e nero, di sopravvissuti che, durante, dopo, o malgrado la Shoah, in Svizzera hanno trovato una patria. Sotto ogni fotografia, una citazione tratta dalla loro testimonianza, più sotto, in caratteri leggermente più piccoli, una breve nota biografica. Poche parole, ma non manca nessuna informazione. L’essenzialità della mostra ha il grande merito di richiamare l’attenzione anche del visitatore più svogliato.

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A precedere le foto, un pannello, questo più esaustivo, sulle politiche svizzere di accoglienza dei rifugiati in fuga dal nazismo prima e durante la Seconda Guerra Mondiale,sulle progressive limitazioni degli ingressi fino alla chiusura delle frontiere nel 1939 che costrinse chi fuggiva a non poter tentare altra via che quella clandestina. Che i respinti andassero incontro a morte quasi certa, si sapeva fin dal 1942, ma solo nell’estate 1944 il governo elvetico riconobbe lo status di perseguitato come titolo valido per l’ingresso nel Paese. In mezzo, tutte le vite non salvate, travolte dal “non possiamo accoglierli tutti”.

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Scolpita su un muro imponente, la parola “INDIFFERENZA” accoglie i visitatori del Memoriale: la mostra si inserisce così nella riflessione sui concetti di partecipazione e neutralità e sulla narrazione ufficiale della Svizzera come nazione che uscì “pulita” dagli anni della guerra.

In questo senso, negli anni recenti, la Svizzera ha avviato un importante lavoro di ricerca e  ed riflessione sul proprio passato, culminato nel 2017 nell’attribuzione della presidenza IHRA(International Holocaust Remembrance Alliance).

Fishel Rabinowicz

Fishel Rabinowicz

Fishel Rabinowicz, che oggi vive a Locarno e che ha lavorato tutta la vita come grafico e decoratore, ha raccontato, sul finire della testimonianza, dell’elaborazione della sua esperienza attraverso l’arte. Un’intuizione giunta all’improvviso, durante una partita a scacchi con il fratello, anch’egli sopravvissuto, che gli raccontò di aver iniziato a scrivere un libro di memorie. Anche lui aveva bisogno di raccontare, ma la scrittura non era il suo strumento.

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L’opera di Fishel Rabinowicz donata al Memoriale

 

Lo era invece l’arte, quella della tradizione ebraica in cui le lettere prendono vita e diventano figure.

Ai visitatori viene mostrata una sua opera, che verrà lasciata in dono al Memoriale. Un quadro sbilanciato, con lo sfondo in alto e al centro bianco e tutte le lettere cadute in basso, disordinatamente, con una parte di esse rovesciate a specchio.

La fine dell’armonia, dell’equilibrio, della luce (alcune lettere sono diventate grigie), ma anche la resistenza. In alto a destra, si stacca una alef, la prima lettera dell’alfabeto ebraico, distante dal mucchio, quasi libera. Quasi, perché con un “piede” rimane dentro al quadro. “Dal lager” conclude Fishel, “non si esce mai completamente”.

(Joimag)

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